Civetta-in-evidenza

In punta di piedi nel regno della Grande Civetta

Proviamo a raccontarlo senza solennità o retorica, come sarebbe piaciuto a Voltaire, perchè in caso contrario sarebbe semplicemente una ridda di epiteti quali “tempio dell’alpinismo”, “parete delle pareti”, “libro aperto sulla storia dei grandi rocciatori” e via discorrendo. No, proviamo semplicemente a descrivere, con gli occhi e la mente curiosi di un bimbo, cosa voglia dire inoltrarsi d’inverno e con le ciaspole verso la Val Civetta. Significa anzitutto beccarsi le ire di parenti, amici e conoscenti che, benchè magari digiuni di montagna, diventano improvvisamente esperti nivologi e gufano su ogni genere di disgrazia. Vinti quelli, si tratta di infilare il sabato giusto, meteorologicamente parlando. Poi si tratta di sperare che la stradina che si inoltra in Val Corpassa alla volta della capanna Trieste sia il più possibile sgombra da neve, perchè ogni metro in meno di macchina è uno in più a piedi. Rudatis scriveva che Corpassa, nome poco significativo ed ambiguo, è in realtà metatetico di Crepassa, cioè “grande montagna” e chi sale verso la Capanna Trieste non può non notarla, questa grande montagna: è la Busazza con il suo satellite della Torre Trieste, che già incombono su di noi. (anche Busazza, sempre a detta di Rudatis, deriva da un avvallamento posto nel Van delle Sasse, che inopinatamente è andato a detronizzare il più significativo “Crepassa”). Verso il Rif. Vazzoler è tutta una rovina di valanghe dai canaloni circostanti, e ce ne sono molti davvero. Due scialpinisti, che condividono con noi la meta, il rif. Tissi, sono più in difficoltà nel procedere; li abbandoniamo presto. Vazzoler semisepolto dalla neve scivolata dal tetto, una breve sosta per un sorso caldo e poi via sotto la Torre Venezia. La traccia di altre ciaspole che ci precede è contemporaneamente una sicurezza ed un rischio: rischio perchè, quando la si perde, occorre avere ancora la voglia di proseguire ed eventualmente creare la propria; un’alpinista che non l’ha trovata, la voglia, ritorna sui suoi passi davanti a noi e ci lascia, questa volta sì, completamente soli. Svoltato l’angolo della Torre Venezia e risaliti alla Sella di Pelsa, il rifugio compare lontano, Davanti a noi una perfetta distesa di neve, qua e la macchiata di un ocra chiaro, segno che anche la meteorologia predilige la contaminazione trasversale, come va di moda dire oggi: neve e sabbia del deserto disegnano davanti a noi un perfetto “cappuccino”, come l’ha battezzato Mario. Alla nostra destra la selva di guglie e torri non ci da tregua; più avanti, la Cima Su Alto si è scrollata di dosso il peso della storia, facendo franare in un sol colpo metà del famoso diedro Livanos. Sull’ultima erta verso il solitario Tissi, il vedere che anche Mario , come me, si piega regolarmente sui bastoncini per trovare un po’ di pausa alla respirazione, mi rinfranca. Dal Cristallo (non vi confondete, si chiama così il ghiacciaio pensile appeso da secoli a metà della parete nord ovest della Civetta) scendono regolarmente veli di neve. Sulla cima del Col Rean ci fidiamo a camminare fin sul ciglio solo perchè vi emergono la croce e la relativa madonnina; le cornici di cresta intorno a noi sono molto alte e sporgenti. E al Tissi, meritato riposo sul ballatoio asciutto. Davanti a noi, veramente, la grande parete con le sue storie; non c’è bisogno di far scorrere il dito sull’ipad per vederla, è tutta lì, larga, alta, immensa, complessa (scusate, mi stavo dimenticando di Voltaire e della sua avversione per la solennità). Caspita, Mario, ma hai visto quanta strada ci tocca rifare per tornare alla macchina? Avrei voluto completare la traversata verso il rif. Coldai, ma le gufate di parenti ed amici hanno inciso. Rientro quindi per la medesima strada. “Ma quella valanga c’era stamattina?”, chiede Mario mentre ri-transitiamo sotto la Torre Venezia. Non mi sembra, penso. Nella discesa dalla Mussaia proviamo a tagliare qualche curva ma la neve è talmente pesante che attanaglia le ciaspole e ci limita nei movimenti; allora meglio la traccia lungo la traiettoria della strada. E quando compare la macchina, finalmente, riparte quel meraviglioso gioco che è il fantasticare sulla prossima gita, segno che anche la più profonda spossatezza, per ora, non ci priva della voglia di inventarsi un’altra meta.

Mario e Stefano, 15 Marzo 2014
(tutte le foto)