Fradusta

L’è ‘na voya del destin: Fradusta

“L’è ‘na voya del destin, disse il vecchio. A quest’ora, dalla grotte del loro altopiano, le Comèlles salgono sul campo ghiacciato della Fradusta e scherzano con la ragione degli uomini; molti,che ora ragionano come noi, domattina avranno perduto la mente, ed il loro spirito sarà nella notte”; così recita la leggenda, che Carlo Felice Wolff ebbe la fortuna di raccogliere dalle poche ed ultime parole dei testimoni che portavano a noi i brandelli storici di una tradizione orale che, a detta di Giuliano Palmeri, risaliva addirittura ai tempi delle notti paleolitiche. E non è difficile immaginare cacciatori di ogni era vagare sull’altopiano delle Pale di S.Martino (che non tutti sanno si chiama Altopiano delle Comelle, guarda caso), sperando di non essere colti dalla nebbia; perchè se così fosse stato, così come tuttora sarebbe, sarebbe oltremodo complicato tornare a casa a tempo debito. Persino Dino Buzzati si pensa abbia tratto dal medesimo altopiano l’ispirazione per il suo Deserto dei Tartari… Beh, la prima traccia della pazzia indotta dalle Comèlles è quella di partire da Brescia per fare, in giornata, una ciaspolata sulla Fradusta.

Anno misero di neve, quel 2012. Anche il personale a servizio della funivia per la Rosetta lo ammette, con rammarico. Ma ce n’è comunque a sufficienza per una gita da sogno.La gita in questione è pubblicata su molti libercoli che trattano ciaspole, perché in realtà non è né difficile né complessa. Ma, signori, come si fa a ridurre una simile cavalcata ad una sterile serie di “si va di qui, si va di là”? è oltremodo irrispettoso! Già dallo sbarco “lunare” dalla funivia sull’altopiano ti rendi conto di essere in un altro mondo. Le punte delle ciaspole “prendono” subito sulla neve crostosa, e man mano che ti inoltri verso la tua meta, hai d’intorno una rosa dei venti che si chiama Cimon della Pala, Vezzana, Pala di S.Martino, Fradusta e, un salto d’orizzonte più in là, Cima Pape, Agner, Civetta, Catinaccio. Dai, non puoi davvero ridurla a “vai di qui e vai di là”!

Con i migliori Giovanni e Mario della stagione, puntiamo alla Fradusta, sfilando sotto la Pala di S.Martino. Ha ragione Visentini: quel “Pala”, come a significare per antonomasia l’essenza di tutto il gruppo, è veramente un miracolo di natura barocca. Ma la neve dell’erta finale della Fradusta è fradicia, perché in ombra, ed allora un lungo traverso ci induce a ricondurci alla via normale. Ma mentre una rigola ghiacciata invoglia me ed il “Gioàn” ad una serpentina verso l’alto degna di Giancarlo Grassi, il Mario si incastra su una canala fradicia ed impossibile, che lo fa penare non poco. A dispetto delle Comèlles, Mario è un uomo bionico e ne esce con onore ma, a favore delle Comèlles, decidiamo che l’ora delle pazzie è finita e seguiamo, disciplinatamente, la cresta. E cavalchiamo la Val Canali… Appare il Sass d’Ortiga con il suo spigolo presuntuoso, i Vani Alti, la Croda Granda, appare la Cima di Lastei, la Manstorna e tutta la catena che dalla forcella delle Mughe va a perdersi verso il Cereda. E’ un trionfo di luce e pareti. Accucciati sulla cima, perdiamo il senso del tempo (ancora le Comèlles?). Ora del rientro, ci tocca. Ma non senza un ultimo colpo di testa ( e dagli con le Comèlles): saliamo alla Cima delle Scarpe, perchè voglio far vedere ai miei amici la fila di torri che fa da guardia alla via normale alla Pala di S. Martino; ed in discesa troviamo ancora la voglia di fare un traverso per ciaspolatori estremi prima di ricalarci, infine, sulle ultime tracce verso la partenza della funivia. Siamo sazi, siamo soddisfatti, siamo felici. Non serve altro. Fuori dalla funivia, una coppia di sposini in tenuta da passeggiata del sabato pomeriggio in via Montenapoleone, inquadra con l’iPad le ultime luci del tramonto: loro lo fotografano, noi lo metabolizziamo. Togliamo con semplice enfasi le ciaspole, ci starebbe bene un effetto al rallentatore come nel Gladiatore di Ridley Scott… Al Col Verde una sana birra , giusto per elencare quali potrebbero essere le prossime gite; troppe, per una vita sola. E se le Comèlles avessero davvero svolto il loro compito, non imboccheremmo ancora la via per il Passo Rolle, e poi Egna/Ora e poi casa … (tutte le foto)

 

Monte Pizzoccolo

Monte Pizzoccolo – Sentiero dei tre amici

Per salire in montagna basta “la voglia di andare” e una manciata di castagne in tasca. Questo è l’undicesimo comandamento del papà di Stefano. La sua è la generazione di giovani che, negli anni dell’immediato dopoguerra, alla fine del turno del Venerdì, partivano da Brescia, in Vespa, con zaino e corda a tracolla, alla volta di Campiglio per infilarsi all’alba su qualche Campanile che, anzichè battere il tempo, aspetta ancora oggi il loro ritorno. Noi, che siamo i figli, raccogliamo questa sfida, seppur nella comodità dei nostri anni che ci fanno schivare la levataccia e infilare sui monti del Garda Bresciano a soli 40 kms da casa, ma con la stessa autentica voglia di libertà. Decidiamo di farci del male sul sentiero dei 3 Amici al monte Pizzoccolo. (tutte le foto)

Stefano è puntuale come sempre. Dopo la prima curva siamo già alla politica, alla seconda avremmo risolto da tempo tutti i problemi che attanagliano la nostra amata Italia. Una generosa spruzzata di Calvinismo, senso del dovere, quanto basta, e abbondante spirito di corpo degli alpini, magica combinazione di ingredienti che generano virtù. Con l’auto saliamo da Toscolano a Gaino e seguiamo le indicazione per la Valle delle Camerate, la strada diventa sterrata, oltrepassiamo il rumoroso ponte di legno verde che porta lo stesso nome e imbocchiamo valle delle Archesane. Parcheggiamo nei pressi dell’agriturismo San Lorenzo in Persegno. E qui lascio a Voi trovare la direzione.

Fin da subito appare evidente che nulla sarà evidente tranne la pendenza, dolorosa anche alla vista. Dopo circa 300 metri di This-livello un primo Gendarme ci consente un po’ di respiro e qualche cucchiaiata di Nutella, è proprio bello il nostro Lago visto da quassù, “è nostra piccola vita, è nostro grande cuore”. Abbandoniamo il picco panoramico coscienti che il peggio deve ancora arrivare. L’ascensione si presenta come la più classica delle salite “a rane” in cui il fiuto e l’istinto di Stefano contano più dell’imbrago, del casco e dello spezzone di corda che sempre abbiamo con noi e che ci danno conforto nelle tristi giornate lavorative. Definizione: “trattasi di salita su terreno ripido e difficoltoso, a tratti ingannevole circondato da vegetazione preferibilmente spinosa e appoggiato su massi fortemente instabili pronti a rotolare sulla testa di chi segue”. Il sentiero, nel dubbio, sale, solo qualche freccia di giallo scolorita aiuta a non farci sentire soli. Il cuore pompa come la grancassa di una batteria e questo piccolo Annapurna ci fa, alla fine, il regalo più bello, un’ erta finale su erba viscida e scivolosa slanciata nel vuoto della valle. 1570 metri. Intorno a noi solo bellezza.

Pausa pranzo. Iniziamo a scendere in direzione del Passo Spino importante crocevia di sentieri sulle alture del basso lago Bresciano con ancora qualche segno evidente delle nostre seconde linee risalenti al 15/18, da li proseguiamo in direzione della valle delle Archesane. Una lunga sgroppata fino all’omonimo palazzo Seicentesco ristrutturato dall’Ersaf, meravigliosamente isolato in una radura al limitare del bosco. Quando arriviamo a San Lorenzo in Persegno pare ancora di sentire in lontananza l’eco delle libagioni di caccia organizzate dai conti Delay antichi proprietari del maniero che ci piace immaginare un po’ libertini. Gran gita ! Circa 1100 metri di This-livello continuo e verticale, sconsigliata a chi soffre di vertigini, presenta alcuni brevi tratti attrezzati e richiede senso dell’orientamento.

Mario e Stefano