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Tisdel

“Cara mamma, non chiedermi più perché mi sono arruolato. Non potevo continuare a salire spensierato in montagna mentre ogni giorno i miei amici spediscono lettere dal fronte. Non so perché siamo entrati in guerra e a mala pena conosco Francesco Giuseppe. Dio solo sa quanto sono contrario, ma so che qualcuno sta tentando di passare i nostri confini armato di fucili e cannoni. Non potevo restare a guardare con le mani in mano e continuare le mie esplorazioni come se nulla fosse. Ci sono momenti in cui il pensiero di tracciare una nuova via pare la missione della mia vita, e delle tue lacrime di paura, e c’è un momento in cui tutto questo si svuota come una camera d’aria bucata. Ti ricordi quando ti parlavo di quella mia idea di salire a Croce di Marone passando dalle creste occidentali anziché dal solito tratturo ? Ebbene ho chiuso quell’anello in poco più di quattro ore e vinto la scommessa. Mamma, alla prossima licenza ti racconterò, stai tranquilla, qui è meno pericoloso che sulla Presolana. Ti voglio bene. Tuo Nino.” – Gentilissima signora Coppellotti questa lettera è stata ritrovata nella tasca di suo figlio sottotenente degli Alpini Francesco Nino, deceduto in battaglia sul Carso. Sappia che è stato amato dai suoi compagni. Comando truppe Alpini.
Ninoooo ! Dove diavolo sei ! Era il 1900 e tu, al tempo in cui gli inverni erano nevosi e i materiali di fortuna, salivi per creste e crinali mai battuti. Avevi il Monte Guglielmo a portata di mano, con le sue antiche vie di comunicazione che ne solcano i versanti, pareva non ci fosse altro da scoprire da quelle parti. Invece preferivi rispondere al tuo bisogno innato di cacciarti piacevolmente nei guai e inseguire guglie e sali scendi, Ninooo !!! se non ti avessero ammazzato in guerra non avresti mai avuto paura di tirare quel maledetto calcio di rigore. Ti cerchiamo sopra ogni cengia, ma di Te, non restano che poche notizie sparse su vecchi e polverosi libri di montagna.
Arriviamo a Zone, piccolo paese di villeggiatura collocato in una bella conca soleggiata sopra la sponda bresciana del lago d’Iseo. Fin da subito la deviazione per il monte Pura, innaturale rispetto alla direzione della sterrata che conduce alla sella di Croce di Marone, ci racconta la tua voglia di salire democraticamente fuori dal coro. La traccia aggira a mezza costa il largo costone che precipita su Marone. In lontananza i carrelli della teleferica Dolomite Franchi sospesi nel vuoto, come panni stesi al sole ad asciugare. Per guadagnare il fil di cresta il sentiero sale piuttosto ripido, a tratti, esposto, in barba alla quota mai elevata. Quest’anno l’inverno non ne vuole sapere di far sentire la sua forza, subisce passivamente gli attacchi del sole uniti al tiepido vapore che sale dalle acque del placido lago. Tutt’intorno la vegetazione pare sul punto di risvegliarsi, stranamente, nel cuore di una notte invernale. Ninooo ! Sappiamo poco o nulla di te. Emilio Gadda ti descrisse “. . . Alpinista grimpeur del Club Alpino di Brescia. . . serio, socievole, mingherlino e duro” e poi, dopo la morte prematura per una “palla al cuore sul Carso” “modesto, silenzioso, bevitore, coraggiosissimo”. Valle del Gasso, punta di Val Fellera, punta Tisdel, nomi sconosciuti, forse di origine Longobarda. A Croce di Marone ci sediamo vicino al fuoco del rifugio, lasciandoci tentare dalla potenza di una salamina alla brace e di un bicchiere di vino rosso. Sono passati cento anni, probabilmente ci siamo attaccati sugli stessi appigli e sulle stesse radici, Ninoo ! Rispondi maledizione! Dicci perchè salivi, perché saliamo, che cosa ci inquieta e ci fa svegliare la mattina presto e sorridere all‘amico di sempre ? Tu ora lo sai.
Mario e Stefano.
P.S. La lettera iniziale è immaginaria.
(tutte le foto)

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Più che mai Vivi sul Dosso dei Morti

Metilazione del DNA. Di questa e di altre questioni che stanno alla base delle diverse teorie evoluzionistiche disquisivano i due ex compagni di Liceo “Calini” durante l’interminabile discesa ricavata nella superba trincea che sale lungo il crinale del Dosso dei Morti. In fondo ci sarà pure una ragione per cui un pesce qualunque in un giorno qualunque di 150 milioni di anni fa decise di uscire dall’acqua e mettersi a volare. Forse lo fece nel disperato tentativo di opporsi alla supremazia dei volatili, scorrettamente avvantaggiati dal fattore “sorpresa” che solo un campo visivo proiettato dall’alto consente. Quel giorno, dannatamente mesozoico, il pesce uscì con l’intento di azzannare il vorace pellicano e dargli una lezione esemplare ma successe l’inaspettato; l’uccello fece il percorso inverso, ignorò la preda e si inabissò con l’intenzione di non riemergere mai più e poter accedere per sempre alla ricca tavola imbandita nel fondale oceanico.
Pinne che diventano ali, ali che diventano branchie, uomini che scavano trincee dove pascolano i caprioli. Mai come quest’anno la neve scarseggia sulle terre alte e si fa desiderare come un’amante, mentre il freddo punge dolorosamente e la temperatura scende a livelli considerati normali solo dai Coriacchi. Amiamo la neve, il suo candore e il silenzio che l’accompagna quando scende dal cielo, anch’esso bianco, temiamo con rispetto le insidie che nasconde, prezzo da pagare per la gioia che sa irradiare.
Essere a 1700 metri di altezza il 31 di Dicembre del 2014 e non avere ancora lasciato un impronta sul “soffice mantello” ci mette l’ansia. Arriviamo dalle parti di Praso e parcheggiamo nei pressi di un bella vasca in pietra, ci incamminiamo seguendo le indicazioni per il Forte Corno. La strada ghiacciata aggiunge 300 “simpatici” metri di This-Livello a quelli previsti da Stefano, il nostro cartografo di fiducia. Raggiungiamo velocemente il Forte tramite centinaia di gradini scavati nel sottobosco e nella pietra. L’imponente struttura ci dice che da queste parti un tempo correva un confine, i mandriani cucinavano Gulash ungherese, le aquile avevano il rostro. D’estate si può arrivare in auto fino al Forte e iniziare la sgroppata da quota 1000 anziché 700. Seguiamo le indicazioni per dosso Brullo. Durante la prima parte della salita rimpiangiamo la vecchia tenuta di Giovanni con pantalone alla zuava a coste grosse di velluto, ginocchio rigorosamente scoperto ed esposto alle intemperie, calzettoni di lana grezza, è una bestia umana, il freddo perde sempre la sfida contro di lui. Oggi, invece, sfoggia una mise da fighetto inside, ma non importa, resta l’arcigno di sempre. A quota 1700 nei pressi del dosso Brullo imbocchiamo una deviazione che ci porta fuori strada, traversa lungamente il costone sinistro del dosso che, in presenza di neve, è assolutamente da evitare. Stefano, il nostro personal Human GPS, si accorge dell’errore. Torniamo sui nostri passi, fino al cartello di quota 1700, rimanendo stupiti da quanta strada siamo riusciti a percorrere in pochi minuti, e prendiamo il trincerone che sale alle sue spalle ripido e affascinante. Non mollerà mai fino alla cima. La trincea custodisce con amore quel che resta della prima e unica spruzzata di neve del nuovo inverno. Si sale con impegno e il fiato arranca. Il Dosso dei Morti sembra inafferrabile, lo vediamo in lontananza, le lingue di neve segnano come in un fumetto SuperEroika i camminamenti sparsi sui costoni, il vento infuria sulla cresta e toglie il respiro.
In questi momenti vige la consegna, non prestabilita, del silenzio. Ognuno scava dentro di se e trova gli stimoli per proseguire, inconsciamente si torna ed essere tre unità separate. Il lavoro , l’amore, l’amicizia i sentimenti si allontanano quanto basta per mettersi in sicurezza e lasciano campo libero alla fisicità che appartiene alla nostra preistoria. Lo scienziato piuttosto che l’ingegnere o l’impiegato tornano ai nastri di partenza, zero a zero, palla al centro. Forse è questa la vera ragione che ci spinge con passione in giro per montagne, la ricerca spasmodica di quella fatica primaria, di cui abbiamo perso il ricordo, che ci portò fuori dal ventre della mamma e ci gettò in pasto ai colori del mondo … la croce di vetta mi richiama alla realtà. Stretta di mano e testata, come sempre. Giro impegnativo come lunghezza, tocca quota 2180 con 1400 metri di This-Livello, richiede attenzione in caso di neve, il rientro segue le tracce della salita. E’ stato un piacere condividere sudore e fatica litigando sul Darwinismo e Lamarckismo, su Zecharia Sitchin e il dodicesimo pianeta, sulla complessità del cervello e sulla capacità di urinare più lontano degli altri.
Mario, Stefano e Giovanni.
(tutte le foto)