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Orumbovii – Grem

Capita di rado , ma capita, che le vicissitudini quotidiane riescano a minare caratteristiche che di norma consideriamo pilastri del nostro essere e spegnere la voglia e l’energia di avventuraci sugli amati sentieri non battuti. Ci rivoltiamo nel letto durante le notti sempre più irrequiete, succubi di sogni bizzarri e sconclusionati che devastano il nostro risveglio. E’ per questo che amiamo condividere. Basta incontrare gli amici al mattino presto per cambiare radicalmente il punto di vista e Stefano porta sempre in dote la sua inesauribile fonte di idee. Non credo riusciremo in una sola esistenza nell’impresa di percorrere anche solo la centesima parte dei suoi progetti esplorativi, e su questo perno faremo leva per riemergere in totale sicurezza dal torpore ignavo in cui l’accumulo inesorabile di esperienza ci conduce.
Arrivati a Zambla Alta nella bergamasca parcheggiamo nei pressi della pista di fondo ed è subito deja vu: l’immagine è quella dei nostri figli, ancora bambini, che ridono sguaiati e spensierati nei loro bob rossi, sono passati solo dieci anni ma sembra una vita intera. Anche l’amore non è più quello di un tempo, ha cambiato volto, è maturato, cresciuto e colma il solco scavato dal tempo. Ci piace pensare che l’energia di quella bontà premurosa di allora sia legata indissolubilmente alla straordinaria cattiveria di oggi con cui ci riproponiamo al cospetto di questi giganti. Cima Grem, bel nome, miscela di fascino e mistero. Siamo nel cuore delle alpi Orobiche abitate fin dalla notte dei tempi dal popolo di origine Celtico Ligure degli Orumbovii, secondo Plinio il Vecchio, oggi Orobi.
La neve scarseggia, come il lavoro, quasi che il clima si fosse tacitamente accordato con il costume per mantenere il più possibile cattivo l’umore nelle strade. Le ciaspole attendono fiduciose imbragate allo zaino convinte, e noi con loro, di aver solo rimandato l’incontro con la dama bianca. I primi trecento metri di This-Livello attraversano un bosco rado e superano una serie di insidiosi canali “sgombri da neve” dal nome della rara specie di pesci di montagna di cui è ghiotto l’abominevole uomo delle nevi. Al primo casolare fuori dal bosco inforchiamo gli attrezzi; cima Grem si nasconde ai nostri occhi dietro una bella cresta allungata a occidente. Spiccano il riverbero accecante del sole e la totale assenza di vegetazione boschiva che forse un tempo vestiva il pendio. Ci allunghiamo a sinistra rispetto al senso di marcia per seguire il fil di cresta e affrontare il deciso cambio di pendenza, ciascuno con la propria andatura. I pensieri più strani affollano la mente : perevelenghe, puruvulungu, pirivilinghi, porovolongo, paravalanga, ecco il temine del nostro alfabeto che include il maggior numero di a. Dalla croce di vetta, dopo un meritato selfie, inizia una discesa verticale, al limite di tenuta delle ciaspole, che ci precipita in poco tempo su una placida sella. Per un attimo, complici la conformazione del terreno mosso (toponimo Foppa) ricoperto di neve e il silenzio ovattato, ci immaginiamo cercatori di Calamina della Foppazza anziché d’oro del Klondike. Il ritmo torna più rilassato e suona con eleganza nel placido falsopiano che conduce al bivacco Mistri, dove ci rifocilleremo. Le nostre uscite sono sempre più spesso occasione per far pulizia a casa di cibo in scadenza, avanzi del giorno prima, frutta ammaccata, croste di formaggio e questa forma virtuosa di risparmio e riciclo ci fortifica. Citius! Altius! Fortius. Sarà una scelta virtuosa, ma quale rimpianto il tempo in cui Giuseppe estraeva dal cilindro panini fatti solo con amore, farciti di uova sode rucola e caprino, eravamo alla capanna Haniger Schwaige sotto le torri del Vajolet. Altri stazionano al Mistri e domina il dialetto dei Bergomati. Qualcuno dà indicazioni, che verificheremo poi risultare errate, a un povero scialpinista inconsapevole. Un traverso da brivido ci riporta velocemente sulla conca spelacchiata e battuta dagli escursionisti che salgono da Oneta. Da qui in poi il percorso seguirà quello dell’andata. Sotto il sole scintillante d’inverno che bacia la bella conca della Presolana e, soprattutto, davanti ad una bionda da paura che si offre senza veli, alla spina, il nostro pensiero corre al grande guerriero Sioux Cavallo Pazzo. Si dice fosse spurio .* L’epopea dei nativi d’America sarà farmaco generico per le prossime notti insonni.
La salita da Zambla va percorsa solo in condizioni di scarso innevamento o comunque di neve assestata, altrimenti optare per la partenza da Oneta con qualche metro di This-Livello in più, ma sempre sicura. Occhio alla visibilità. Nel dubbio evitare il traverso del ripido costone che scende alle spalle del Bivacco Mistri e allungarsi piuttosto nel fondo valle.
Vittorio Zucconi : ‘Gli spiriti non dimenticano’
Mario e Stefano
(tutte le foto)