Nàsego!

E nel frattempo i ragazzi sono cresciuti e con loro si riesce ora a parlare e a confrontarsi, come tra adulti; non c’è più la tensione alla macchina che passa, al gradino infido, all’oggetto da non ingoiare. Era ora! Ma quante ne abbiamo passate, con bob al traino per una scivolata sulla neve, o con un pallone o un frisbee che saltava fuori dal bagagliaio di Mario, per allietare gli ultimi minuti al parcheggio prima del rientro; con zaini enormi per la bisogna di due adulti, dato che l’altro portava il figlio minore sulle spalle, o con tutto l’armamentario da campeggio per festeggiare la vita, con un buon Prosecco, sul litorale di Rosolina. E ora, dei nostri eroi, c’è chi canta in un complesso rock, chi ha scelto invece il canto da solista, chi predilige l’attività fisica e chi, da brava donna e “residùra” del futuro, cresce coscienziosa, determinata e volitiva.
Sono questi i pensieri che ci scambiamo con Mario, mentre la macchina infila per l’ennesima volta la salita che porta a Lodrino: Nàsego, la meta. “So htada sö tate òlte quand che hìe ùina, a rehtelà el fè màgher” ci aveva detto la vecchina nel lontano ’83, quando due ignari this-livellati di allora (io e Giovanni) , le avevano chiesto informazioni sulla meta, reperita nel libro di Solina. Ma stavolta vorremmo fare la ferrata, da poco aperta dai volitivi ed efficienti alpinisti di Casto per valorizzare le loro prealpi.
Seguiamo le indicazioni, dopo la località Comero, per il parcheggio con tettoia sottostante il rif. Nasego, e pregustiamo già l’uscita che anche stavolta abbiamo rubato alle rispettive mogli: certo, perchè stando alla loro impressione il This-livello fa uscite in montagna almeno tre volte alla settimana più il weekend, e non c’è verso di convincerle che l’ultima gita risale al 31 gennaio; dovremmo cominciare anche in questo caso a parlare di frequenza “percepita”?
L’inequivocabile ghiaione che si infila su per i prati e l’ingannevole gesto accompagnatorio dell’unica persona incontrata durante la giornata, in loco per segnalare il percorso della gara dell’indomani, ci impediscono di notare il cartello indicatore della ferrata (arancione, per altro!) e con somma gioia scopriamo, a scapito di un centinaio di metri di dislivello fatti e poi rifatti a ritroso, che non siamo poi così carenti di allenamento.
Ritrovata la traccia madre, siamo in breve all’attacco. E ancora parliamo dei figli, nostro investimento di vita, nostro tesoro; mentre cominciamo a salire lungo i cavi che, si sa, inducono ad un diverso passo e quindi lasciano qualche momento di riflessione tra un aggancia-sgancia di moschettone e l’altro, non posso non correre con la mente all’articolo che Tino Bini, grande istruttore della Ugolini, aveva scritto in memoria dell’amico La Micela, vittima di incidente mortale sul Piazzo Palù nel lontano ’85. Anche Tino aveva riportato il loro lungo dialogo, salendo in macchina il giorno precedente la disgrazia, che poneva al centro i figli, il loro futuro e le loro preoccupazioni di padri. Curiosa, pensavo, questa ricorrente associazione tra amici, padri, montagna, figli, quasi la montagna fosse viatico naturale al confidarsi le proprie soddisfazioni, i propri affanni, le proprie preoccupazioni, che un diverso contesto sociale magari ti impedisce di fare normalmente (sai, il “ruolo” di padre).
Ma questa ferrata è proprio bella, mai banale, con gli infissi saldamente posizionati anche a dispetto di una roccia che non sempre appare della miglior qualità; questa parte di Dolomiti, scaraventata però altrove (somewhere in the West) da un litorale africano che già migliaia di anni fa aveva deciso di prender piede in Europa, anche se su scala geologica. Abbiamo già misurato le piccole Dolomiti Bresciane l’autunno scorso, sulla Cingla o sulla costiera di Valvestino, e ne abbiamo già apprezzato le qualità alpinistico-paesaggistiche: ci mancherebbe la Corna Zeno per la solita inusuale e dimenticata via Coppellotti…
Bene, se fai progetti mentre partecipi ad un progetto, sei vivo!
Cinque sezioni di ferrata che cercano l’arditezza del Lecchese, senza averne la sfiancante continuità, magari infilando cenge naturali come Bocchette di casa nostra. Un bel mix.
Vetta. La famigliare “capocciata” tra i caschi , un sorso di thè e poi la spiacevole sorpresa di trovare chiuso il rifugio, dove speravamo di mangiare una fetta di polenta e bere un buon bicchiere di vino. Pazienza, ci rifaremo con un bel panino ed una bella birra dalle “Ciulìne”, locale trovato aperto a Marcheno sulla via del ritorno.
Mario, ma se improvvisamente guadagnassimo il doppio, pensi che il nostro tenore di vita ne verrebbe modificato? Non penso. Solo, aumenterebbe, e di molto, la frequenza (effettiva, stavolta) dei giri che farei.
E su questo non posso che trovarmi, perfettamente e completamente, d’accordo.

Mario e Stefano 18 Aprile, 2015 (Tutte le foto)

Nàsego!ultima modifica: 2015-04-23T19:48:00+00:00da this-livello
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