Alben – Ferrata Maurizio

Non ho chiuso occhio. Ieri sera ho tirato l’una navigando nei Sixties. So bene che quando parto con Stefano non dormo mai sonni tranquilli, tanto vale soddisfare le proprie curiosità. E’ stato un trionfo di bianco e nero e volti stilizzati, abiti smart con giacche a righe e camicie a fiori, capelli alla paggetto. Turtles, Animals, Beatles, Doors, Who, l’oscuro mondo della Psichedelia, facce ribelli e rivoluzionarie, facce da 68 intrise di acidità e sudore. Negli anni del Liceo la professoressa di italiano avrebbe annotato in rosso sul foglio di protocollo a righe “stai uscendo dal seminato” e mi sarei portato a casa l’insufficienza. La Conca dell’Alben a Maggio è un luogo incantevole, la natura ha pennellato con le mani di Michelangelo la scena perfetta di laica meraviglia in cui non vi è spazio per l’indifferenza e ogni bambino dovrebbe vederla e nutrirsi, a sua insaputa, di un percorso educativo fatto anche di parole assenti. Perfino la traccia di un vecchio skilift non urta l’idillio bucolico e noi ci incamminiamo con reverente rispetto. I canali che scendono dai contrafforti di Cima Croce sono ancora innevati ma questa volta abbiamo con noi tutta l’attrezzatura, non batteremo in ritirata come nel primo tentativo al Vaio scuro. Non chiediamoci perchè. Non commettiamo il solito errore di voler dare a tutti i costi una spiegazione, torneremo soddisfatti e affaticati quanto basta, con i sensi sollecitati e pronti a sognare di nuovo. Non saremmo capaci di convincere nessuno della bontà dei nostri ideali selvaggi e ancora dobbiamo una risposta al quesito così bello, diretto e profondo posto a sorpresa dai nostri figli: come faccio a capire quando mi sono innamorato ? Avvolti nel silenzio di fine stagione risaliamo la magica conca colorata di verde brillante e appoggiata fin sotto le pareti di roccia. Nè caldo nè freddo, neve insufficiente per sciare ma quanto basta per insidiare il cammino, sembra quasi di infastidire una donna intenta a rifarsi il trucco e coglierla nella sua naturale bellezza . . . non è il momento, abbiate pazienza. Un tizio davanti a noi si muove con la leggerezza di un cinghiale affamato in un campo di cetrioli maturi e dietro di lui piovono sassi. Scatto di rabbia e sorpasso, ne va della nostra incolumità. Il primo tratto è per metà dismesso, si sale su terreno erto e consumato per raggiungere l’attacco vero e proprio della via attrezzata. Il percorso presenta subito le sue credenziali ambientali al cospetto di un bel canale innevato da traversare. E’ il momento di restituire alla piccozza quel che è della piccozza. Un attrezzo non dissimile da quello utilizzato da Mallory, quasi dimenticato, testimone di epopee perdute. Stefano gradina per noi e per quelli dopo di noi. Le difficoltà sono sempre sostenute e il percorso sale sempre in esposizione verticale talvolta strapiombante. L’impegno è obbligatorio e la roccia magnifica, c’è di che divertirsi. Sbuchiamo in cima che non ci pare vero, siamo stati rapidi ed invisibili. Ci rifocilliamo. La ricetta del Tè dell’Ingegniere raccolta dopo innumerevoli iterazioni dell’esperimento dice più o meno così: prendere X ml d’acqua e portare ad ebollizione, aggiungere il succo di Y limoni spremuti con amore, un numero W di cucchiai da cucina di zucchero versato a pioggia, lasciare decantare l’infuso per J minuti in assoluto silenzio e al buio, naturalmente con un quantitativo di H bustine(ndr. Giovanni suggerirebbe ATI, massimo rendimento minimo investimento). La soluzione della matrice di queste variabili produce il gusto perfetto e dissetante apprezzabile al meglio in prossimità di una croce di vetta. Faremmo soldi con i collezionisti giapponesi “Il cuore della Cerimonia del tè consiste nel preparare una deliziosa tazza di tè; disporre il carbone in modo che riscaldi l’acqua; sistemare i fiori come fossero nel giardino; in estate, proporre il freddo; in inverno, il caldo; fare tutto prima del tempo; preparare per la pioggia e dare a coloro con cui ti trovi ogni considerazione” (Sen no Rikyū). Scendiamo al passo della Forca e visto l’anticipo sui tempi decidiamo di raggiungere la cima dell’Alben sopra quota 2000 tra rocce e pinnacoli, ottimo allenamento per chi vuole approcciare alla pietra senza rischiare l’osso del collo. Nella mente rimbomba la mitica frase in solido dialetto bresciano del papà di Stefano “nà mà sö la corda e na ma sö là prèda” e intanto siamo assaliti da migliaia di moscerini che festeggiano il sole di primavera. La discesa ci regala una fantastica scivolata su una lingua di neve a piedi paralleli, vero trionfo di adolescenza dimenticata, appagante e redditizia e ci fa scendere di un centinaio di metri in un paio di minuti e poi giù per sentiero fino all’auto. Quando entriamo nella locanda per dissetarci veniamo accolti da una cassiera che ci chiama con l’appellativo di ragazzi e noi ringraziamo degustando alla sua salute la media bionda e fresca. E’ straniera chissà come ci è arrivata fin qui. In un attimo si fa piazza pulita di stolti pregiudizi e mio padre prima di lei traversò l’Atlantico in nave in direzione del Venezuela, per fare quello che sapeva fare, il muratore, e risparmiare, e mettere su famiglia, e siamo nati noi. Così, felicemente ringiovaniti, riprendiamo la strada di casa tra corno di Cavento e corno di Grevo, traversata in MTB Maniva / Monte Campione, eternità arte e scienza. “Non c’è una regola per capire se sei innamorato. Se e quando accadrà, festeggeremo e berremo fino ad ubriacarci, e sarai tu a chiamare per il brindisi” questa è la risposta alla domanda di Federico. Mario e Stefano (Tutte le foto)
Il persorso tracciato dal GPS in formato Google Earth e GARMIN.