Ferrata Erminio Arosio al Corno di Grevo

Oggi parto in braghe corte. Sono in vena di idiozie. Sento frullare intorno l’aria di Giugno, respiro il profumo di fiori e lavanda che sale dalle isolette di verde disseminate in città e, accidenti, passo la vita indossando pantaloni calze e camicia, almeno oggi, che è Sabato, lasciatemi scapestrato. Peccato che il corno di Grevo si inerpica fino a 2900 metri, potrebbe essere un azzardo. Da sempre mi barcameno tra il “non fare oggi quello che posso fare domani” e “prima finisco e meglio è”. Sta di fatto che alle 5 del mattino metto il naso fuori dalla porta con le braghette aderenti . . . potrebbe morsicarmi una vipera, potrei sbucciarmi un ginocchio, e basta ! con questi condizionali, voglio essere così come sono, reale e semplice, come una veneziana farcita di crema pasticcera davanti a una pancia vuota. Oggi sono al traino dei fortissimi fratelli Matteo e Stefano. Loro hanno passato più tempo sulla dolomia che sull’asfalto della città ed io mi sento in evidente imbarazzo anche per via dei pantaloncini. Percorriamo la tangenziale della Valcamonica con quel pallosissimo limite di velocità degno di una ciclabile più che di una superstrada, ma  potremmo andare a sbattere, potrebbe bucarsi una gomma, potrebbe aprirsi una voragine. . .   Io non comprendo il limite di velocità, fatico a capirne il senso  se non che dietro un limite si nasconde sempre una sanzione e allora tutto diventa più chiaro, pecunia non olet e, seppur nell’età che avanza, sento  ancora prepotente il grido  adolescente e anglosassone “live fast, die young”.  Un miliardo di kilometri orari. Sui cartelli stradali  indicherei la velocità della luce come unico e vero  limite dimostrato   e non mi dispiacerebbe vedere la faccia del vigile che mi deve notificare una multa . A Cedegolo deviamo in direzione di Villa verso la Val Adamè. Un turbinio di sbadigli indicatore di notti irrequiete riempie l’abitacolo dell’auto che sale sulla strada a tornanti sempre più acuti ,  e poi finalmente fuori, nell’aria frizzante del mattino. Siamo nei pressi di malga Lincino con i piedi sull’erba fradicia di rugiada. Ci sentiamo   Camuni, pure io che sono nato a San Valentino in Abruzzo, c’è qualcosa che ci unisce, forse fummo alleati alle Forche Caudine, “Nec sine Marsis nec contra Marsos triumphari posse”. I suggestivi Camuni che incidevano sulle   rupi simpatiche scenette di caccia lasciandoci millenni dopo una magnifica testimonianza  evolutiva. Un po’ come fa This-livello quando relaziona le uscite sulla rete che, come  pietre d’un tempo, conserverà memoria delle sue  adorate e inutili  sgambate.  Negli zaini tutto il  necessaiere per tirarsi fuori dai guai. Piccozza, ramponi, venti metri di corda. Matteo è il primo a muoversi,  uomo di poche parole, risoluto e determinato, figura longilinea ed esile, perfettamente a proprio agio sulla roccia. Un’ora di cammino all’ombra dell’esposizione cardinale e raggiungiamo il rifugio Cai Lissone nei pressi del quale è adagiata una piccola diga. E’ presto, vediamo facce sornione e piene di pugni che si aggirano, colpi di sonno biondo nei capelli arruffati. Le indicazione per le via attrezzata si contano sulle dita di un serpente, ma noi abbiamo Stefano. La sua memoria è prodigiosa e gli elefanti vanno a lezione da lui perché non si ricordano la strada che devono percorrere per andare a morire con dignità, Stefano è sempre un pagina avanti rispetto a quella che stiamo leggendo noi e sa già come andrà a finire la storia.  Maledizione io non ricordo neppure il testo delle mie improbabili canzoni, sono condannato a leggere me stesso all’infinito, chissà in quale girone Dantesco mi trovo. Si sale fino a 2400 metri, l’attacco della via è in corrispondenza di una magnifica  feritoria che scruta in lontananza il Pian di Neve ed io, come nel Deserto dei Tartari,  tenente Drogo nella fortezza Bastiani  che attende invano l’arrivo di un nemico immaginario. La salita è sempre esposta in un susseguirsi di diedri, camini, fil di cresta  e traversi e quando il gioco si fa duro i fratelli Matteo e Stefano iniziano a giocare. Perdo subito contatto, mi arrabatto e faccio del mio peggio lavorando poco di cervello e parecchio di braccia  manifestando tutta la mia nazionalpopolarità montana. Ogni tanto sento il richiamo di Stefano che si perde tra il granito, “Mariooo”. L’ambiente ci sovrasta ed è magnifico sentirsi così  primitivi,  fino alla cima, dove ci ricongiungiamo  ed io arrivo  stremato, meravigliosa cima nella sua semplicità  segnata solo da un anonimo pezzo di ferro della  prima guerra mondiale raccolto chissà quando.  Abbandonati sul granito come  lucertole al sole, beatamente pietre su pietre, recuperiamo forze per affrontare l’interminabile discesa. Il primo tratto si esegue con qualche accenno di disarrampicata, niente di che, ma un volo da qui non lo farebbe neppure Icaro. Transitiamo sotto un riparo austriaco veramente a nido d’aquila, al suo interno   ancora i legni di un tempo, cento anni sono passati ma qui sembra tutto immutato. Scendiamo ancora ripidi fino alla sella denominata Forcel Rosso dove nella vecchia trincea a secco fanno la guardia magnifiche giovani marmotte. E poi ancora un lungo canale di neve, insidioso quanto basta per dar voce alle intime preghiere della sera,  santa piccozza martire ora pro nobis, santa corda annunziata prega per noi. Estenuante e interminabile il tratto da percorrere per arrivare all’auto, ho i piedi fradici della neve  e ci arrivo  a brandelli. Una vacca ha pensato bene di marcare il territorio intorno al nostro mezzo. Maledetta, come faceva a sapere che non siamo vegetariani. Matteo mi fa notare con garbo la sbucciatura sulle mie ginocchia che fa capolino dai pantaloncini corti,  ridiamo sotto i baffi che non abbiamo,  pare che dalle parti di Agordo sia possibile espiare la colpa di aver male appoggiato sulla roccia iniziando da primo la via della birra ed io, mai come in questo caso, sono reo confesso e ammetto tutte le mie colpe più una. Birretta media e grappetta al genepì, ce lo siamo proprio guadagnato, mai denari furono spesi meglio. Due parole sul percorso:  molto impegnativo, molto esposto, qualche chiodo volante richiede piede saldo per non sbatacchiare sulle rocce, molta resistenza e tecnica di arrampicata, quasi mai è possibile rilassarsi, neppure durante l’infinita discesa. Giro per stoici alla fatica, ben preparati. Fino a qualche anno fa  era una fantastica via di roccia ma, devo ammetterlo, la messa in sicurezza  consente  un assaggio di isolamente e ambiente a tanta gente che si colloca un gradino sotto l’alpinismo ma  è pur sempre preparata e volitiva al sacrificio.  Mario, Stefano e Matteo. (Tutte le foto)

Ferrata Erminio Arosio al Corno di Grevoultima modifica: 2015-07-14T00:38:29+00:00da this-livello
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