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Pizzo Camino.

L’estate era semplicemente finita e un anno se ne era andato. Noi eravamo diventati grandi da un pezzo. Il ritornello di Johnson Righeria canticchiato al trapassato prossimo nella luce opaca del primo mattino umido di Settembre, assumeva toni dannatamente malinconici e cambiava prospettiva alle note spensierate della canzone. All’alba le cupe condizioni meteo non avevano agevolato la levataccia ma c’era il sorriso di Giuseppe a parlare, il batterista windsurfista che attendeva in auto in fondo al semaforo della via, mi diceva che eravamo già in due ad essere sgattaiolati fuori dal letto e questo bastava. Una strana combinazione astrale ci aveva riunito di nuovo tutti, come al tempo zero delle nostre prime uscite in montagna, solo un po’ invecchiati, ma splendidamente eterogenei.
Il pizzo Camino si godeva la coda dell’estate con la stessa noncuranza di un vecchio centenario che attende sereno l’arrivo dell’unica emozione ancora mancante e osservava indomito quel che restava del fiume Oglio, asciugato dall’estate eccezionalmente siccitosa del 2015. Alla fine, in quattro case, ai quattro angoli della città, si erano accese prima dell’alba quattro abatjour per la gioia incontenibile delle quattro mogli e il tempo delle grandi valanghe era finito. Sfatando il mito che voleva Stefano sempre al volante e noi a sonnecchiare da passeggeri, avevamo deciso di sfruttare il nuovo fuoristrada di Giuseppe e azzerare così in scioltezza trecento noiosi metri di this-livello su carrareccia cementata, destinazione Borno, media Valcamonica.
Nei pressi della locanda Navertino un pezzo di carta appiccicato ad un paletto ci comunicava il simpatico divieto di proseguire senza regolare permesso e, soprattutto, il geniale suggerimento che avremmo potuto reperirlo comodamente presso la proloco del paese. Dov’era il paese ? Naturalmente in basso, giù nella valle, tra le strettoie, giù per le spalle, mai saremmo tornati indietro. Così ci eravamo incamminati, rabbiosamente ironici, nella bruma, in mezzo al bosco già pronto ad accogliere l’autunno, più o meno a quota mille. Giovanni e Giuseppe leggermente distanziati, tutti insieme distratti in chiacchiere volte a mitigare la salita. Forse un po’ troppo distratti.
Al rifugio Gualtiero Laeng, l’eclettico alpinista speleologo del primo novecento, eravamo in due. Subito alla ricerca di una copertura cellulare, sempre troppo corta, chi su un cocuzzolo, chi a ritroso sui propri passi, riallacciavamo i contatti con i dispersi di Malga Onder. Il gruppo si ricomponeva e le battute si sprecavano, dov‘erano le donne ? Fino ad allora non vi era mai stata la sensazione che il tracciato potesse incattivirsi ma lentamente e con costanza l’angolo di pendenza si allargava e il fondo si complicava alternando tratti sconnessi a tratti argillosi e scivolosi, fino a diventare in alcuni punti talmente ripido da richiedere l’utilizzo delle mani. Stabilità ed equilibrio improvvisamente assurti a massima aspirazione possibile tra fango indurito e ciuffi d’erba ingiallita come improbabili appigli. Il sentiero si inerpicava alle spalle del rifugio e repentino prendeva le distanze dall’intera civiltà, dalle sue voci, dai suoi interessi e dalle ombre allungate nell’ignoto.
Ascesa interminabile nel perfetto silenzio rotto solo dal respiro di noi quattro che, in uno strano effetto dissolvenza, avevamo lentamente sostituito la vivace dialettica con la silenziosa concentrazione. Mentre mentivo spudoratamente a me stesso fingendo di non aver compreso l’impegno che avrebbe richiesto il ritorno e fischiettavo canzoni senza senso tipo lo SpizzoCamino , i miei pensieri correvano per la tangente, ripida e senza fine; voterò Giuseppe, se mai scenderà in politica, lo sceglierò per il suo inappuntabile senso civico e assoluto rispetto delle regole; nella classe quinta liceale del 79 Stefano era certamente regista alzatore e Giovanni la prima linea d’attacco, a superare ogni muro; io non sarò mai uno scrittore, ho la memoria troppo corta e non ricordo il significato delle parole inusuali. Finalmente in cima senza un perché , quante volte avevamo pensato che non ci saremmo mai più divertiti così, quante volte avevamo rovistato nel fondo del barile per agguantare uno straccio di motivazione e presentarci all’appello, e poi puntualmente ricrederci.
Eravamo immersi fino al collo nella gelida fatica al cospetto della croce di vetta e la mente si trastullava leggera e distaccata nel dolce far nulla del rifornimento. Osservavo le sagome dei tre amici che attraversavano in punta di piedi le nuvole straordinariamente basse sulla terra, erano avvolti nell’incanto del luogo. Mi sembrava di essere lì da sempre, di non avere mai avuto un passato, di non vedere il futuro . . . l’estate non finirà mai. (Tutte le foto)

Per salire al Pizzo Camino noi abbiamo scelto il versante Sud Est. Accesso da Borno in media Valcamonica, seguire indicazioni per lago di Lova, rifugio Gualtiero Laeng. A lui si devono la scoperta e la valorizzazione delle incisioni rupestri in Valcamonica. E’ considerata una via normale ed è segnata. Fino al rifugio il percorso è per tutti. Dal rifugio in poi le difficoltà crescono soprattutto in funzione della pendenza e del fondo non sempre agevole. Si sente sempre la pressione ambientale pertanto è sconsigliato a chi soffre di vertigini o è facilmente suscettibile. Molto impegnativo anche il percorso a ritroso che potrebbe diventare problematico se si è a corto di carburante. Millequattrocento i metri insindacabili di Thislivello. Mario, Stefano, Giuseppe e Giovanni