Esiste

Corna di Zeno

Siamo saliti da incoscienti. E come avremmo potuto fare diversamente sulla cresta che porta il nome di Zeno. Per chi si reca a Madonna di Campiglio la Corna di Zeno si eleva alle spalle di Lavenone, paesino in cui resistono sugli edifici scritte Felliniane risalenti alla seconda guerra mondiale:
“Noi sognamo un Italia Romana” senza la i. Chiuso a riccio in un susseguirsi di case invecchiate, anticamera del lago d’Idro dalle acque color fonderia.
Rivedo ancora le facce attonite dei miei genitori e dei loro amici che si sbracciano e mi urlano di uscire, l’acqua è fredda e buia, e ci sono pure le alghe che si arrampicano sui piedi e i lucci con i denti aguzzi, e dicono sia il lago più profondo del mondo, non mi troveranno più. Il tempo pare essersi fermato nel 1945. E’ un luogo di transito per volontà urbanistica, strutturato come se dicesse ai viaggiatori “prego tirar dritto, più avanti c’è posto” e infatti il parcheggio si trova all’uscita del paese dietro un edificio scolastico; “Disciplina concordia e lavoro per la ricostruzione della patria”, che incredibile scritta.
Mio nonno Vincenzo partì volontario per la campagna d’Africa lasciando a casa due figlie piccole e la nonna Delfina in cinta del terzo. Gesto di gran cuore per la patria e incommensurabile egoismo nei confronti della famiglia. Finì prigioniero degli inglesi e quando ritornò in Abruzzo suo figlio Giorgio aveva già cinque anni e non sapeva chi fosse quella figura dimagrita e invecchiata che scendeva dal postale sulla piazza ancora sterrata del paese. Eppure, malgrado tutto, mio nonno provava nostalgia, l’esperienza della guerra, del sole del deserto, del sapersi arrangiare nel campo di prigionia, dei legami profondi, lo aveva plasmato in un modo che noi non sapremo mai. Quando passo da Lavenone penso sempre a mio nonno Vincenzo, agli Alpini, al battaglione Vestone, non chiedetemi perché. Il tempo fa piazza pulita delle spigolose contrapposizioni politiche e quel che resta sono graffiti, parole al muro.
La notte è piovuto e in quota è scesa la prima, inattesa, neve d’Ottobre. Stefano confessa che da anni progetta di fare un giro esplorativo su queste guglie e il desiderio si rinnova ogni volta che è di passaggio a Lavenone e provo anch‘io la stessa sensazione, proprio come una non più giovane marmotta. Procace bellezza dolomitica, la montagna è certamente femmina e noi la osserviamo con occhi audaci e al tempo stesso timorosi.
Superiamo il ponticello sul torrente Abbioccolo e imbocchiamo sulla sinistra la stradina sterrata che immette nella Val di Canale. Transitiamo dalla parete dei Nibelunghi e puntiamo con fermezza verso l’antro dei Nani. . . scherzo non esiste alcun antro, non si tratta di nani, solo di toponomastica, chi diavolo ha battezzato questi luoghi! Continuiamo fino ad un bivio in cui fa capolino la prima pennellata, teniamo la sinistra. Arriviamo nei pressi di una cascina semi diroccata di cui non ricordo il nome, immersi nell’umidità di una foresta quasi pluviale. Anche i segni si fanno sbiaditi e impauriti, non mi stupirei di incontrare un partigiano convinto che i tedeschi siano ancora nei pressi. Decidiamo di salire a rane e seguo l’intuito di Stefano che abbandona la sterrata verso malga la Vecia e imbocca senza esitare la verticale su ripido costone boscoso. Sotto i piedi una spanna di neve pesante e scivolosa appoggiata su un bel letto di foglie stecchite dall’autunno. Dove sei insostenibile leggerezza dell’essere ? Avvolgimi, non voglio ruzzolare come una castagna fuori controllo. I piedi appoggiano sghembi con la punta orientata a valle come quando ci insegnavano a salire a scaletta e gli sci erano lunghi due metri e cinquanta per la regola inviolabile della punta che doveva arrivare al palmo della mano con il braccio teso in alto. Saliamo, saliamo e poi finalmente . . . saliamo. Che bella radice, che magnifico ramo robusto, un meraviglioso sasso conficcato nel terreno, ci si accontenta di poco e le mani si attaccano ovunque fregandosene del freddo.
Si è persa ogni traccia d’uomo e le nostre mogli ci prenderebbero a calci nelle palle, col cavolo che torniamo indietro. Per quanti anni ancora dovremmo desiderare queste pietre passando da Lavenone ? Inammissibile. Infine il pendio cede alla nostra volontà e si ammorbidisce, i piedi si raddrizzano leggermente tornando nella postura naturale, le mani smettono di frugare nella poltiglia di neve e foglie, tesi come corde di violino acceleriamo irrazionalmente con i nervi che ora fanno riposare i muscoli. Che bella sensazione di inutile appagamento, vallo a raccontare in giro, e siamo già pronti alla scazzottata con i cinghiali. Svettiamo nella nebbia e la Corna di Zeno così vicina non è mai stata così incerta.
Stefano confeziona sul posto una dimostrazione matematico logaritmica che il picco su cui ci troviamo non può che essere quello giusto e io ho questa gran bella fortuna di essere suo amico. Scendiamo nell’incertezza più totale in direzione di quella cascina che uno squarcio di luce ci ha fatto vedere, scendiamo come elefanti che camminano sulle uova sulla crestina coperta di poca neve bastarda, ai lati canali e pinnacoli sospesi nel vuoto. Appena il terreno ce lo concede, giù di corsa come dei pazzi sciando con i piedi nella neve bassa, tra le piante e gli arbusti, nel silenzio della solitudine e solo il nostro rumore di rami spezzati e di frasche sbattute, bellissimo… potremmo essere chissà dove e invece . . . siamo tra la Val Sabbia e la Val Trompia, ad un passo da casa, fuori dal mondo. Mario e Stefano

(Tutte le foto)

Difficile trovare indicazioni per la Corna di Zeno, né sul posto, né sulla rete. Buona fortuna.