Rifugio Nani Tagliaferri

Rifugio Nani Tagliaferri

Santa Lucia esiste.Facciamo chiarezza. Sul finire di Dicembre arrivano in rapida sequenza due messaggi, mittente Stefano, l’ideologo di montagna: “. . .gran cavalcata Orobica da Schilpario per Passo Venano, del Vò, Demignone e Venerocolo. Se ci stiamo, Cima Demignone, Ma sarà lunghina, un 7 ore di cammino netto, senza cima. . . ?” e poi ” Partenza 7; dovremmo iniziare a camminare intorno alle 8.30. Tre ore e mezza al Venano e fa 12.00; pausa e metti 12.30. Discesa dà tre ore complessive con il traverso, quindi sarebbero 15.30. Se facciamo la cima 16.30. Rientro per le 18.00. Se è tirato, eliminiamo la cima e rientriamo intorno alle 17.00 . . . “, diciamo un “Richiamo della foresta” che l’ingegner Jack London batte alla calcolatrice anzichè a macchina. Per il secondo anno consecutivo, la mattina del 31 di Dicembre,decidiamo di eclissarci in montagna; siamo l’orgoglio e la gioia delle nostre donne. Strada facendo il dottor Giovanni esegue una tomografia computerizzata del percorso nel vano tentativo di beccare Stefano in castagna.Non c’è speranza, il sestante umano vince ancora, non vi è passo, curva di livello o precipizio che non sia stato minuziosamente preso in considerazione. Dal sedile posteriore dell’auto assisto divertito all’amichevole scontro tra titani mentre scorrono in rapida sequenza il lago di Iseo e tutti i bagni degli ultimi cinquant’anni, Piancamuno e il canalone di MonteCampione ai tempi del compianto Fausto Radici, quello che sciava da fuoriclasse e vedeva solo da un occhio. Parcheggiamo poco oltre lo chalet del Vò nei pressi di Schilpario. Non credevo potesse esistere un luogo altrettanto desolato del mio portafoglio quanto una montagna in pieno inverno glabra di neve.
I Bergamaschi danno tre ore e mezza di cammino per raggiungere il rifugio Tagliaferri ma loro sono gente tosta, i tempi li misurano sull’andatura dell’uomo qualunque che si allena per la traversata a piedi della Groenlandia. C’è qualcosa di inquietante nell’aria, siamo a fine Dicembre, la terra è arsa e spaccata e i colori sono quelli di Agosto. Nell’imbarazzante scenario avanziamo parlando di cinema. La discussione si accende in un delirio di benedetta eterogeneità di gusti e sentimenti e quasi senza accorgercene scavalliamo a quota 1800. La bella conca del Venano è completamente disidratata, dimenticata da Dio e dagli uomini. I camosci, invece, fanno incetta di questa inattesa abbondanza di cibo e si mostrano saltellanti e in sovrappeso. Potremmo essere su Marte, intorno a noi domina il rosso delle praterie alpine essiccate dal sole che splende ininterrottamente da settanta giorni come se la terra avesse smesso di girargli intorno. Dai canali laterali lingue di ghiaccio attraversano le zette del sentiero militare e imprigionano i residui d’acqua nella morsa del gelo. Saliamo dubbiosi, ci preoccupa il tratto che collega il rifugio Tagliaferri al passo del Venerocolo, la cartina non mente e Stefano, manco a dirlo, lo aveva previsto. Sappiamo solo salire. I canali che dal basso sembravano pisciatoi da vicino appaiono carreggiate, il ghiaccio ha la stessa consistenza di quello in un bicchiere di whisky on the rocks, totalmente indifferente ai ramponi. Mamma natura non fa sconti a nessuno, neppure a chi la ama alla follia. I tempi se ne vanno a ramengo, il cervello chiude le porte alla superficialità e assume il pieno controllo del mezzo macinando informazioni, dettando gerarchie, inibendo fame e sete, amplificando tatto, vista e udito, inondando di segnali le periferiche, pilotando incontrastato la sopravvivenza della specie. Con le mani e con i piedi scendiamo e risaliamo i fianchi dei canali, per nulla femminili, alla ricerca di un varco accessibile e il pennone del rifugio, così vicino, diventa la nostra meta. Il pensiero corre sempre a loro, alle donne, che ci aspettano per le libagioni di fine anno e presentarsi in ritardo equivarrebbe alla castrazione chimica, noi questo non lo vogliamo. E’ tardi, niente cima Demignone, niente traverso, un occhiata al pizzo Tornello che ci osserva divertito da un paio d’ore, Stefano annota dieci o undici possibile uscite da realizzare nei paraggi e decidiamo di tornare sui nostri passi. Di nuovo tesi, per colatoi non battuti e dirupi mai vissuti e scivoli sconosciuti. Una volta fuori dalle insidie ci rifocilliamo in un angolo riparato dal vento. In lontananza una figura slanciata avanza solitaria in direzione del rifugio. Avvisiamo il giovane temerario delle complicazioni che lo aspettano e saggiamente, in tutta autonomia, decide di fermarsi con noi. Un brindisi, tre birrette condivise in quattro, e ripartiamo a scapicollo cercando di recuperare sui tempi, questa volta guidati dall’istinto di sopravvivenza dei nostri attributi. Anton è nato in Croazia. Mentre i suoi amici cazzeggiano giù a Schilpario in una baita presa a nolo per la festa di fine anno, lui pensa di “sgranchirsi” le gambe al Tagliaferri e meritarsi di diritto il cenone. Ci racconta del 13 Dicembre appena passato, della festa di Santa Lucia che la sua famiglia negli anni ha fatto propria. Ci racconta dell’ idea, a insaputa di mamma e fratelli, di imbandire ancora una volta la tavola di dolci altrimenti svaniti nella corsa degli anni e delle alterne difficoltà. Commovente ! potrebbe essere nostro figlio e piazza un colpo da maestro, e pensare che è nato quando i Police si erano già sciolti. Anton è un bravo ragazzo, sa il fatto suo e grazie a lui ritroviamo l’identità di vedute svanita al cinematografo; Santa Lucia esiste e non dimentica nessuna casa ! Neppure le malghe del Venano,non potrebbe mai correre il rischio tremendo di lasciare un bambino ad aspettare, per quanto lontano siano gli inverni in cui è vissuto. Santa Lucia trascende leggera al di sopra delle nostre origini, vola oltre i confini del tempo e si reincarna nell’infanzia e nella gioia perdute che ritornano ad ogni sua apparizione, fresche come i primi germogli di primavera. Santa Lucia si confonde in silenzio e con dolcezza tra noi , la storia, i nostri cari di oggi e soprattutto di ieri, è solo dolcetti, nessuno scherzetto.Sul lato opposto della tangenziale una coda interminabile diretta nei salotti d’alta quota illumina l’ultima notte dell’anno.This-livello saluta il 2015 e gli esploratori della rete con le parole che Stefano pronuncia nel silenzio dell’abitacolo e gli amici che sonnecchiano: “la lentécia, sé ‘n mangia ‘n cugià, sé ‘n caga ‘na sécia”.
(Tutte le foto)

P.S. Quella che in estate è solo una lunga cavalcata in inverno diventa una salita insidiosa. Richiesta capacità di valutazione manto nevoso ed esposizione. Attenzione al ghiaccio. Ramponi, piccozza e spezzone di corda al seguito, non si sa mai… certamente 4 ore.