Marmolèda

Il primo a cadere sul fronte delle Dolomiti fu un giovane sui vent’ anni. Morì per mano di un altro giovane che sparò e non seppe neppure perchè lo fece. Stavano annidati su versanti opposti di una stessa vallata, erano lì per volere del destino. Ancora non si era spenta l’eco dell’Armata che partiva per costruire l’Italia … “non pianger mio tesoro forse io ritornerò ma se in battaglia moro in ciel ti rivedrò . . . ” ed eravamo di nuovo in guerra. Questa è la nostra storia, sarebbero cresciuti padri e avrebbero voluto un bene immenso ai figli ma fecero la guerra e per molti rimane un fatto inaccettabile. Cade anche la Marmolèda, in ladino, in senso metaforico. Giusto cent’anni fa le Landsturm austriache percorrevano questo lembo di ghiacciaio alla ricerca del solito impossibile, indifendibile e scomodo caposaldo attestato sotto le pendici della Serauta. Dell’incredibile città fortificata dagli austriaci nelle viscere del ghiacciaio restano solo alcuni ricordi scritti. Si sa solo che è esistita per poi svanire sotto il lento scorrimento a valle della massa di ghiaccio anch’essa, oggi ,in rapida via d’estinzione come per vendetta di chi lassù ci rimase per sempre. Cloniamo pecore ma non possiamo impedire al ghiacciaio di sciogliersi. Qui, tra queste rocce, ci sono tutte le estati di Stefano, c’è cultura . . . Marmolada di Rocca e Marmolada di Penia, l’una nel bellunese, l’altra in trentino. Nelle leggende antiche i Trusani cercavano di risalire la val Pettorina verso il Fedaja per invadere la terra degli Arimanni fassani. Ed una volta, giù a Plan Trevisan, dovettero subire una tale cocente sconfitta da lasciare a quel terreno anche un nome, “plan trusàn”, oltre che i morti. Migliaia di anni dopo, risalendo a balzi nel torrente dei Serrai di Sottoguda privo ancora di una strada, così raccontò il nonno Nando di Canale d’Agordo, gli Alpini del battaglione Belluno tornarono a ripetere la vecchia storia assaltando a Fedaja gli Standschutzen tirolesi e lasciando sul campo, anche loro, i primi morti del conflitto mondiale: 28 maggio 1915. Il percorso si snoda su neve e calcare intrisi di odio e ideali, vigliaccheria e vita, ignoranza e amore, mutilazioni e morte, soprattutto carne. Oggi è con noi un nuovo temerario, Roberto. Mai una donna, mai una gioia. Salirà con gli sci, noi con le ciaspole. La notte non è più così lunga e il torpore del sonno perduto ci mette i brividi lungo tutto il viaggio. A 2700 metri di quota, poco sopra l’arrivo della cestovia dei Fiacconi, lo spessore della nebbia assume dimensioni da fare invidia a qualunque ghiacciaio. Vi è un improvvisato check point per una gara di skialpers che ci hanno superato d’un fiato e la cui tensione agonistica lascia francamente perplessi al cospetto di quest’altare. Loro scendono, noi invece passiamo a lato e ci infiliamo in salita dentro un cielo bianco che sa di eterno . . . in basso scompare la val di Fassa. Alba e Penia, gli ultimi due paesi della valle curiosamente i due toponimi più antichi: Alb, che è addirittura nelle Alpi stesse, e Pen , fissato in una loro sezione, le Pennine. Come se lì fossero le memorie degli insediamenti più antichi della valle. Ancora più a valle erano i “cianacèi”, i canneti da cui Dolasilla prelevò le canne che si trasformarono in frecce d’argento, finchè i Trusani, che erano poi i legionari di Druso, probabilmente costruirono il Vicus per antonomasia, Vigo di Fassa . . . bastano dieci metri di distanza e ci perdiamo di vista. E così capita che lo scavallamento di una dorsale di neve appena accennata annulli l’udito oltre che la vista. Accade l’imprevisto e ti ritrovi solo, come un traliccio. Forse non sei preparato anzi certamente non lo sei, non hai studiato, come al solito e, per quanto futile e banale devi decidere da che parte andare, nessuno lo farà per te. Non esistono zone franche quando sei solo come un traliccio, per di più invisibile. Devi fare solo un passo, uno stupido passo. Di Stefano e Roberto impossibile intuirne persino le ombre. All’improvviso come un fungo misterioso si materializza il Rifugio; che sfacciata fortuna quella decisione presa a cuor pesante. Fa molto freddo. La tensione si scarica a terra, fulmini e saette, questa ferraglia umana torna a comunicare. Paura è sentirsi soli e perduti in un luogo sconosciuto sotto il tiro di un fucile nascosto chissà dove. Nel maggio del 1915 quel ragazzo che si muoveva sulla neve con una gran voglia di scivolare a valle, neppure immaginava di essere sotto tiro, che potesse accadere proprio a lui, ai suoi esuberanti vent’anni, alla sua invincibile giovinezza e un coetaneo arroccato tra le rocce convinto che mai sarebbe arrivato il momento di premere il grilletto . . .” suonò la tromba addio, l’armata se ne va, un bacio al figlio mio viva la libertà “. . . Stefano e Roberto si materializzano come inchiostro simpatico su uno sfondo di tela bianca, anche loro sono sotto il tiro micidiale . . . della mia cioccolata fondente, non si sentiranno mai soli. Ci infiliamo in un ricovero invernale di grandissimo squallore. Qui non siamo in Tirolo. Roberto ha 3 figli e non ha mollato la sua passione per la montagna, è uno di noi. Decidiamo di scendere seguendo il cumulo di neve che delimita il lato sinistro della pista. All’uscita dalla nebbia si apre uno spettacolo immenso. Transitiamo sotto la famigerata forcella a VU , Termopili contese con aspri combattimenti e scoppio reciproco di mine, addirittura una settimana dopo Caporetto, dalla quale gli Alpini del battaglione Val Cordevole
conquistarono la quota 3153 della Marmolada d’Ombretta. E poi il mitico sasso delle Undici meridiana spartiacque naturale di calcare e l’epopea di Heinz Mariacher filosofo tracciatore di salite ideali e minimaliste. Roberto si gode la meritata discesa a valle mentre le due figure a monte, complice il rialzo della temperatura, litigano con gli zoccoli di neve che si creano sotto le ciaspole e rendono impossibile la progressione, fanculo gli attrezzi. Li sfiliamo e ci lanciamo in un temerario fuori pista su piedi cancellando in una passata di spugna 35 anni di indesiderata anzianità dalle nostre spalle. Fino al lago. Birretta più che mai meritata con un brindisi ai nostri famigerati 20 continuando la tradizione dello zio di Stefano che alzava il calice pronunciando la mitica frase e non si è mai saputo a cosa o chi si riferisse. I giovani ventenni svaniti nel nulla sulle pendici di questo splendore ora siedono tutti al tavolo, qui con noi, difficile dimenticare, difficile restare indifferenti quando si è romantici e le guerre di oggi, che ci violentano i sensi, ci fanno piangere. Mario, Stefano e Roberto.
(Tutte le foto)

Marmolèdaultima modifica: 2016-05-16T09:41:11+00:00da this-livello
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