El còr

Anno 1970, anno di capelli lunghi e basettoni vistosi, anno di pantaloni a zampa d’elefante e di Trespass, raccolta di vagiti di quei Genesis che negli anni a seguire mi avrebbero fatto innamorare del progressive rock. Lo so, leggere le mie righe dopo quelle di Mario è come sperare di digerire i cannelloni ripieni di mia suocera dopo aver sognato le crespelle di mia moglie; “Bodini, scrivi in modo ottocentesco”, mi ammoniva il professor Colombini in quinta liceo. Ma son diventato ingegnere, caspita, ed il “calculemus” di Lebniz mi si è infilato nel linguaggio oltre che nel cervello. Ma tant’è, ho qualcosa da raccontare e voglio farlo qui; e quando questo sito si tramuterà in un libro per la fortuna di Mario, vorrei che queste parole potessero essere un mio ricordo.

Anno 1970 , dicevo. Da tempo in Dolomiti, fortunato di avere genitori che qui fecero il loro viaggio di nozze negli anni ’50 e che allora, per essere raggiunte, richiedevano un lungo giorno di dì viaggio tra gardesana occidentale e centro di Trento, prima di agganciarsi al primo tratto disponibile dell’autostrada del Brennero.
E fortunato di avere un papà istruttore di roccia, lui di Cremona, terra in cui la più alta vetta è il cavalcavia dell’autostrada, ed uno zio capitano degli Alpini di fresco congedo dalla Julia: “com’è la barba della vecchia? È folta e nera e odora di bufera, è aspra e dura come la roccia che la porta”, uno dei tanti motti ripetuti all’infinito come litanie esorcizzanti. Anni di cui ho pochi ricordi , se non di grandi picnic, di grandi abbuffate, bevute e cantate (degli altri) , che però mi avrebbero stillato la convinzione di un “credo” alpino fatto di amicizia e valori, che nel tempo avrei erroneamente creduto di dare per scontato. Sbagliando.
E in quell’agosto, si parlò di Mulàz, vetta satellite nel gruppo del Focobon. Facile allora salire con la macchina sino ai Piani di Vezzana, per fare quella che era una sgroppata classica; né file di turisti , né macchine in quella deserta Val Venegia che era allora molto simile a quella che Gerard Depardieu aveva sullo sfondo del suo film “Mirka”.
“Stefano, suona la campanella” , suggerisce Papà sulla vetta, innescando una spira di DNA emotivo che 30 anni dopo avrebbe visto me chiedere lo stesso a mio figlio Federico sulla vetta del Monte Piana. Ma in discesa, non sul sentiero comune: sul ghiaione e sul nevaio a lato, saltando di gioia per mano a mio padre, cercando l’abilità dell’alpinista esperto. E qui, senza che lo sapessi, si consumò il rito del novello David Jones nei Pirati dei Caraibi: dal canale che separa la Cima di Valgrande dai Bureloni scende una spira di vento che mi condanna, un giorno a terra e dieci anni per mare, un giorno in montagna e dieci mesi ad aspettare di tornarvi. Un cuore perso per quel deserto di pietre.

Agosto 2015. E ancora Pale di S.Martino. La valle di Gares è tale e quale a come il mare della Tetide ce l’ha lasciata all’alba del Mesozoico. E la salita al passo delle Cesurette è fatta con il solito vigore che non permette di ricordare quanto sia lunga e ripida. Teo corre avanti. Io scorgo una figura femminile che si bagna nella luce del sole. La vedo, mi guarda, mi saluta. Rispondo al suo gesto con l’incredulità del bimbo: che sia un’anguana che ha appena terminato il rito del bagno nella rugiada mattutina? Non so, ma si va oltre.

Luca Visentini è un milanese innamorato delle Dolomiti; ha scritto libri con relazioni appassionate, ha salito ogni cima ed ha deciso di raccontarlo agli altri. Ma nel tempo è diventato barocco: ”scendiamo per un canale incassato, innevato o franoso. Avanziamo nella deliziosa natura di una banca sospesa. Ci spingiamo fin sotto un colatoio sinuoso ed impraticabile”. Niente se non l’istinto permette di trovare il percorso, perché i pochi “ometti”, i cumuli di pietre che la solidarietà alpina lascia agli altri per orientarsi, sono tutti atterrati dalla neve e non ti indicano il percorso, ma al massimo ti confermano che non hai sbagliato. “Alle pregiate zolle del profilo bisogna comunque convergere” ; è uno zigzagare di sola esperienza, di sguardi di intesa tra Teo e me, di forti sensazioni di essere a casa, ma essere comunque fuori posto, in pericolo, in prestito, in questa terra verticale di cui forse solo qualche camoscio riesce a capire l’intimo perché.
Poi ci guardiamo, Teo ed io. La cresta è lì a due passi, ma non è chiaro dove sia la via d’uscita. Teo sale d’istinto, mi precede. Poi, d’un tratto, urla: “è qui! Che spettacolo!”. Salgo anch’io frettolosamente, arrivo in cresta, mi inginocchio perché il tuffo verso la valle di Angheraz non concede errore. Davanti a noi, incredibile, El Cor; un disegno perfetto di cuore disegnato da un esile arco di pietra che incornicia, sullo sfondo, il più ardito degli spigoli : l’Agner. Quarantacinque anni dopo, da un cuore donato , un cuore restituito.
Mesi, anni, giorni, metri, la fatica e la gioia dei monti. El Cor. Il resto è storia, cercatela nelle relazioni delle Pale e leggetele con l’occhio di Buzzati che qui ha creato il suo “deserto dei tartari”.

Flavio Sperandio è il macellaio di Canale d’Agordo di via XX Agosto; Canale ha due caratteristiche, il primo di essere il paese natale di Papa Luciani, il secondo di essere stata la mia sede di vacanze estive per 54 anni. Ebbene, dietro al bancone della sua macelleria campeggia una grande fotografia de “el cor”. Lui , alpinista e cacciatore, chiede spesso agli avventori se conoscano quel luogo, ed alle espressioni incredule risponde con un sorriso beffardo, senza dare ulteriori spiegazioni.
La mattina prima di partire per il rientro di fine ferie, ho chiesto a Silvia: “dì a Flavio che siamo andati a vedere “el cor” “. L’ha fatto, ottenendo un particolare “ma, l’è esposto, l’è complicà, l’è difficile …”.
Un giorno a terra e dieci anni per mare, un giorno in montagna e dieci mesi ad aspettare di tornarvi.

El còrultima modifica: 2016-05-22T23:41:47+00:00da this-livello
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