Monte Cadria

Se state leggendo queste righe significa che sono ancora vivo. Non mi sono messo nei guai, non ho azzardato alcun passo che non fossi ben consapevole di poter percorrere. E’ tutta colpa della Musa Ispiratrice. Di lei resta solo un delicato profumo sparso nell’aria, dicono sia fuggita con un giovane alpinista di belle speranze. Mentre io sceglievo la via della semplicità più consona agli anni che porto, lei si invaghiva delle fontane di giovinezza e dei suoi eccessi, della guida spericolata in sella a una bicicletta senza freni, di scelte sconsiderate ed istinti animaleschi. Arduo cimentarsi sul resoconto di un Sabato qualunque in montagna di fronte al meraviglioso spaccato di vita che Stefano ci ha appena regalato (“El Cor”). Nel leggere quelle righe la Musa è fuggita a gambe levate gridando al proprio fallimento su di me e questo disordine improvviso che si lascia alle spalle appare intollerabile. Indago. Le Muse, dette anche dee dei monti, erano o sono nove e nacquero dalla divina coppia Zeus e Mnemosine dea della memoria.
Ora è tutto chiaro, monti e memoria . . Stefano !
Sulla curva che porta al forte Cariola
sale una strada che quasi si invola,
disegna tornanti, è nera d’asfalto,
lontana dal mare blue di cobalto,
lontano dal manto bianco di neve
che al sole di Maggio sembra più breve,
si scioglie, si schiaccia oppure si sfonda
e noi senza arva nè pala, nè sonda.
Parcheggiamo l’auto in località Deserta, intorno a noi, manco a dirlo, non c’è nessuno. Incrociamo l’Odisseo che scappa dai ciclopi attaccato al vello di una pecora, facciamo finta di nulla. Un divieto ci impedisce di proseguire in quanto non residenti, di questi tempi la non residenza pare sia una colpa infamante, raggiungiamo malga Ringia. Ci lasciamo sulla destra la deviazione segnalata per malga Cadria, via d’accesso ufficiale alla cima, per avventurarci alle spalle dell’ultima Malga, Pura, di nome e di fatto. In lontananza chiazze di neve come glassa spalmata risplendono sotto la luce limpida del mattino e risalgono il ripido versante Nord della montagna. Abbiamo scarpe basse, ma il cervello fino di Stefano ha suggerito attrezzatura completa per progressione su ghiaccio. La traccia estiva che sale alla Bocchetta di Tortavai, passo del Masòn per gli Austroungarici del 1915, è sepolta di neve. Decidiamo di salire dal canale più ripido meno esposto al sole, sul lato destro della conca, cerchiamo uno strato di neve in grado di sostenere e contrastare degnamente le zanne biforcute che abbiamo calzato. Oggi sfoggio una tenuta da far invidia al miglior cioccolataio svizzero, pantaloni da runner aderenti sotto il ginocchio, scarpette leggere per corsette estive in montagna e, naturalmente, maglietta maniche corte, senza guanti, in pratica un cinquantaqratrenne rimbecillito. Stefano ha con se la piccozza, emerge la solida preparazione classica complice la passione e gli anni vissuti alla prestigiosa scuola di roccia Ugolino Ugolini, quella, per intenderci, dei non allineati, il papà istruttore quando il sesto grado era già nell’organizzazione dell’uscita e alla Tivvù in bianco e nero e senza telecomando si parlava di compromesso storico. Erano gli anni del Nuovo Mattino e delle aspre contraddizioni generazionali. Stefano inizia a gradinare senza sosta, gradina per se stesso e per la collettività, per oggi e per sempre, scava nella neve e nella memoria, ogni colpo di piccozza un ricordo, ogni passo una conquista, gradina senza pietà e in punta di piedi, domina con rispetto la forza di gravità che, seppur benevola ed indulgente di fronte alla vita in senso lato, ostinatamente se la prende con noi e ci vuole scaraventare a valle senza neppure avere avuto il piacere di conoscerci. Per precauzione ci distanziamo e ci disponiamo disallineati, è ripido e le nostre mani non esitano ad attaccarsi ai blocchetti di neve ghiacciata alla ricerca della massima stabilità e equilibrio. Alla Sella di Tortavai ci sembra di svettare sul nostro primo ottomila e invece siamo solo al trecentesimo millequattrocento accecati dal sole che bacia l’altro versante evidentemente, e senza alcun dubbio, più bello di noi. Le mani congelate dei colletti bianchi non avvezze al sacrificio benedicono il calore di questi raggi e ci sentiamo un po’ comi i Sumeri in adorazione di Utu il dio Sole. Scavalliamo sul vecchio sentiero militare, pochi metri in tranquillità e il percorso torna a scomparire sotto la neve di fine stagione, la più fastidiosa, quella che non ci sta a farsi liquefare in silenzio e si distende sul pendio e azzera ogni cengia, si deve salire a rane. La pendenza è molto sostenuta e il manto più cedevole. Togliamo i ramponi e riprendiamo a scazzottare con la neve, Stefano instancabile traccia il percorso di salita meglio di un capo cantiere ed io, tipo da spiaggia pure un pò agitato, faccio come i paguretti che trovano casa nelle conchiglie abbandonate dagli altri e le fanno rivivere, lo stesso i miei piedi nelle sue impronte che riprendono vita. Quanta rassicurante soddisfazione nel trovare una linea ben fatta su terreno infido, quale conforto nel sapere che qualcuno è già passato di lì. Tocchiamo finalmente il sole e riemerge magicamente l’antico camminamento di guerra che ci condurrà in vetta con qualche traverso bastardo. Spaziale ! Chi l’avrebbe mai detto, salita saporita, fast and young, lontani dalla nostra quotidianità, dal nostro stile di vita, in un luogo così superbo e immobile. Il tempo si fa neutrale, ci lascia in pace e ci racconta che siamo gli stessi ragazzi dell’ultimo giorno di scuola che uscivano al sole di Giugno sorridenti e spensierati come non ci fosse un domani. La discesa inizia ripidissima e si perde nell’ampia seduta da cui, probabilmente, il toponimo Cadria, fino alla bella pozza che porta lo stesso nome. Sulla destra rispetto alla direzione di marcia le pareti del monte Nozzolo sforacchiato come una gruviera paiono un cantiere fermo dal 1915 e non è difficile scorgere in lontananza un gran movimento di uomini e animali intenti ad allargare strade, stabilizzare tornanti, scavare ripari. Impeccabili queste mulattiere di guerra, da cento anni si fanno coprire docilmente dalla neve e poi lavare dalla pioggia e ancora reggono e sopportano il cammino di chi ha fame di libertà, testimoni silenziose dell’umano genio e follia, un patrimonio di valore inestimabile intriso della nostra storia, che piaccia o meno. Maledetta Musa ispiratrice, chi sei ? Euterpe o Calliope ? Ti sei materializzata sul treno che da Milano mi riportava a Brescia pìù di un mese dopo la nostra salita, mentre, assorto nei miei pensieri, osservavo il paesaggio scorrere dietro il vetro. Sei tornata più bella che mai per instillare ancora una volta un infuso di immaginazione ed ora sono vivo. In lontananza il profilo delle Orobie si fonde nel volto riflesso dei passeggeri, un tutt’uno con la lunga scia di capannoni industriali e quel che resta della nostra campagna e del nostro mondo antico, un tutt’uno con quel che resta di noi. Mario e Stefano
(Tutte le foto)

Monte Cadriaultima modifica: 2016-06-10T17:08:34+00:00da this-livello
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