Monte Molter

Se ogni tanto alzassimo lo sguardo al cielo e smettessimo di osservare i marciapiedi pensando unicamente a non calpestare le deiezioni canine, ci accorgeremmo che intorno a noi brulicano luoghi inesplorati. Si tratta solo di dare fondo alla nostra immaginazione e provare ad applicarla su una mappa geografica. Facile a dirsi difficile a farsi. Per molti, ma non per Stefano. Se fosse nato a Lisbona, Vasco de Gama sarebbe stato il suo mozzo di fiducia. Solo un navigatore stellare poteva immaginare su carta l’anello Valle Dorizzo Monte Molter Val Sanguinera Valle Dorizzo. A questo punto mi sono giocato tutti i Se che avevo in canna per le poche righe destinate alla relazione. Il monte Molter è un’ anonima schiena di dromedario appollaiata tra la val Sabbia e la Val Trompia completamente a margine dei percorsi più frequentati della zona. Risaliamo la Val Sabbia in direzione Bagolino Gaver, parcheggiamo in prossimità del piccolo camping di Valle Dorizzo e torniamo sui nostri passi per qualche decina di metri fino ad incrociare una strada che sale a destra. Sopra un muro di contenimento campeggia una segnaletica in legno nuova di zecca, del Molter nessuna traccia. Bene , salutiamola perché sarà anche l’ultima. La strada diventa sterrata e dopo un paio di km abbandoniamo il sentiero che porta direttamente alla malga Cadino, in inverno si incontrano le tracce degli skialpers affamati di this-livello, noi invece pieghiamo a sx dove le indicazioni sono in via di estinzione. Ci spaventa l’idea dell’ignoto e siamo disposti a pagare colui che invece azzarda, cerca un punto d’incontro di due versanti opposti, segue le peste degli ungulati, fa da solo quello che noi temiamo in compagnia. E invece calpestare la terra non battuta procura sempre inaspettate emozioni, come se ad ogni passo si parasse innanzi a noi lo sguardo di Monnalisa illuminata da una luce sempre diversa. Invidio di Stefano la sua prodigiosa memoria, so già che tra quindici mesi egli ricorderà ogni anfratto di questo luogo mentre io, a malapena, ricorderò il nome. Ciò non toglie che nella nostra indubbia eterogeneità qualche fottuta qualità ce l’avrò anch’io ! altrimenti sarei stato scaricato quella prima volta in Grigna. Credo si chiamasse Rifugio Rosalba. Io mi ero presentato con pedule altamente permeabili e pile simile a uno straccio delle polveri. Avevo però recuperato reputazione strada facendo, non mollando. Sappiamo che da queste parti, (malga Bromino ? ) dovrebbe trovarsi la cosiddetta Pozza dell’Orso che non vedremo e ancora ci stiamo chiedendo se sia più difficile incrociare la Pozza oppure un Orso. Dentro di noi confidiamo e ci illudiamo che sia un inverno prodigo di neve ma temiamo sarà secco come la fame e come le terra che stiamo calpestando. Mentre saliamo raneggiando tra i cespugli inizia la sagra delle leggende metereologiche, favole in cui si racconta di nevicate epocali dopo un novembre assolato, era il 1985 e giravamo per la città con gli sci di fondo e i pupazzi di neve erano alti fino ai balconi del primo piano, e se fa bello a Buffalòra dall’inverno siamo fòora. Quel che parrebbe un sentiero per le arvicole evapora nel mare di prati gialli costellati di arbusti in disordine, rinsecchiti e pungenti. C’è una sella là in alto, di fronte a noi, ci osserva maculata di neve ostinata, si affaccia sul ripido costone che sta sulle nostre teste e non sembra solcata da nessuna traccia, è casta e pura. Si vociferava sulla presenza di un passo del buco del Gatto, anch’esso destinato a rimanere ignoto. Saliamo con l’olfatto, a naso, nessuna pennellata, nessun sentiero. Quando appoggiamo i piedi su quelle rade chiazze di neve non riesco a non pensare al caos indeterminato dei fiocchi che alla rinfusa cadono dal cielo e per uno che riesce ad incunearsi in ombra e resistere fino all’arrivo dei rinforzi, diecimila si squagliano ancor prima di toccare terra … nel silenzio assoluto della solitudine del nostro essere un numero pari, quasi in punta di piedi e senza volervo, ci separiamo, come una coppia in crisi. Ciascuno segue la propria idea di salita. Stefano sulla dorsale ripida e in erba, io invece verso il canale innevato in ombra. Raggiungiamo la sella e ci ritroviamo separati a trecento metri di distanza. Mariooooo, ci sei ? Volete veramente sapere quale delle due scelta era il percorso più efficace ? #chevvelodicoaffà. Dalla cima spelacchiata l’idea è quella di percorrere la traccia che, a questo punto ben visibile e segnalata, è rivolta in direzione del versante triumplino e compie un ampio anello toccando il Dosso Pozzarotonda e ritornando ad affacciarsi sulla conca del Rondenino. Scendiamo proprio in quella direzione fino ad immetterci su una strada di servizio di accesso alle malghe. Nessuno, Nobody, Niemand, Nul. Più avanti il solco della Val Sanguinera si fa profondo. Costeggiamo il lato destro seguendo qualche rara pennellata, metto in cantiere un volo pazzesco su ghiaccio in vetro trasparente e un atterraggio di schiena sullo zaino più che mai benedetto, traversiamo il fiume e risaliamo sul versante sinistro nei pressi di un bello spiazzo con malga. Incrociamo il sentiero che sale diretto al passo di Crocedomini e ci innestiamo in discesa fino a riprendere la sterrata sopra Valle Dorizzo. Bellissimo anello selvaggio. Il percorso richiede fantasia ed iniziativa fino al monte Molter . . . “ed è subito sera”.
(Tutte le foto)

Monte Molterultima modifica: 2017-03-27T11:27:06+00:00da this-livello
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento