Discesa dal passo dell'Ortica nel Canale Est

Canale del Mengol

Chissà se i bambini di domani vedranno mai la neve scendere dal cielo anzichè da un cannone. La classica nevicata d’un tempo che ci appiccava il naso ai vetri a sognare di mondi lontani, angeli in rivolta sulle nostre teste, ci rendeva tutti Eternauti. E’ fine Maggio, mancano solo venti giorni al solstizio d’estate e Stefano, reduce da un’ uscita sulla Bergamasca, ci comunica lo splendore di canali incredibilmente innevati che serpeggiano tra i contrafforti del Cimon della Bagozza. Miracolo !! una perturbazione assolutamente fuori stagione ha graffitato una scenografia invernale sulla porta d’ingresso dell’estate. E’ neve docile, che non ha conosciuto tempesta, è neve ritardataria scesa solo per pietà di noi, Stiliti in astinenza da Dicembre. L’occhio clinico del cacciatore di emozioni non si lascia sfuggire alcuna opportunità, egli non è mai sazio di far entrare la stessa luce ogni mattina dalla stessa finestra e mia zia Valeria, nel pieno delle sue ottanta primavere, sentenziava con disarmante ironia e sempre con il sorriso sulla bocca “la bellezza passa, la bruttezza resta”. E allora prendiamoci ogni scampolo di ciò che riteniamo bello, in barba al fottuto deperimento che ci assale d’ogni dove e che ci resterà appiccicato addosso per sempre . Con noi Roberto. Partiamo alle cinque. Sul Vangelo dei terrestri sta scritto “spegni la sveglia prima che essa suoni” e ogni volta è così. C’è tensione nell’aria e i riflessi sono tirati come delle corde di violino, impossibile sonnecchiare placidamente. C’è una bella differenza tra lo stare svegli per un problema che ci siamo portati a casa e lo stare svegli perchè senti i ramponi e la piccozza tintinnare giù in cantina, mentre festeggiano il loro momento bevendo a scrocco dalle bottiglie indifese. Ci dirigiamo in Val di Scalve e percorriamo la strada che fiancheggia la mitica Via Mala antico collegamento delle due provincie di Bergamo e Brescia. Ricordo il nonno Enrico quando ci raccontava dell’epopea delle centrali elettriche a caduta e delle dighe di sbarramento fiorite come funghi nelle nostre vallate ricolme d’acqua. Quante volte siamo passati a fianco della casa di un custode, isolata come un faro su un promontorio in mezzo al mare e ci siamo immaginati l’inverno vissuto in completa solitudine, le corde vocali che per ignavia forzosa dimenticano la bellezza del suono, la follia di Stanley Kubrick nell’Overlook Hotel . . . e poi un boato scuote la vallata. E’ il 1923 e la diga del Gleno che sta proprio sopra le nostre teste, cede sotto il peso di milioni di metri cubi d’acqua per un madornale errore costruttivo. Oggi percorrendo questa magnifica strada i rigagnoli che ricoprono letteralmente tutta la parete che la fiancheggia e si riversano nel torrente Dezzo appaiono reflui di una terra ancora impiombata di sudore e sangue, dopo cento anni. Roberto è appena rientrato da un viaggio in Nepal che lo ha portato fino al campo base del K2. Ci racconta della dignità di chi ti offre tutto quello che ha nelle case di lamiera recuperate dopo il devastante terremoto del 2015. C’è un filo conduttore che unisce le tragedie del mondo e ci avvicina come esseri umani spazzando via qualunque farneticante idea di razza. Alle 7 siamo già al Rifugio della Bagozza. Silvioooooooo. Roberto urla la sveglia al gestore, che conosce, ma Silvio dorme come un angioletto. C’è invece una signora , sveglia, pimpante e cordiale, ci offre un caffè con qualche biscotto, ci dice che pagheremo la prossima volta. Imbocchiamo il sentiero segnalato che conduce al passo Campelli per abbandonarlo poco dopo in corrispondenza di una Madonnina appollaiata su un tipico masso boulder. Traversiamo a destra in piano e scendiamo verso il sorprendente laghetto di Campelli che occhieggia tra i canaloni incazzati. Poco oltre, il percorso sale e subito raggiunge il fondo innevato. Alle nostre spalle in lontananza un temerario scialpinista anch’esso in evidente astinenza da neve. Indossiamo l’attrezzatura e partiamo. Era questo il momento tanto atteso ? Impossibile spiegare, mi prenderebbero per scemo. Inutile tentare di descrivere l’ebbrezza di questo richiamo di forze e concentrazione, le mani che entrano nella neve insieme alla piccozza, un colpo dietro l’altro dei piedi che calciano il pendio con forza e con rispetto, la fiducia che può solo crescere insieme alla pendenza, il freddo che non punge mai abbastanza da farti distrarre, il mondo che si rimpicciolisce fino a diventare un singolo gradinetto di ghiaccio. Sta tutto lì. Lentamente scivolo nei fiumi di retorica alla Guido Lammer, ma che diavolo, è proprio così, l’alpinismo si nutre di retorica, la retorica del gesto mescolata a un pizzico di follia. Mai prendersi sul serio, sarebbe un errore imperdonabile, è questa la nostra via di fuga, la nostra salvezza. Alzare il livello di guardia consuma un enorme quantità di energie ma produce una grandissima e appagante soddisfazione il cui sapore non svanisce in cinque minuti come quello della Gomma del Ponte. Posso dire di aver vissuto perchè amo la mia donna e i mie figli, perchè ho avuto la fortuna di incrociare persone straordinarie e anche perchè siamo saliti sul Cimon della Bagozza e questo è cibo che mette d’accordo vegani e carnivori, materiale che unisce anziché dividere. Il canale sale senza ritegno fino alla sella che separa Cima Mengol dalle Casselarghe. Saliamo sul Mengol per una traccia azzardata in uno scenario che passa dal sole alle nuvole, dalla luce alla nebbia in un’atmosfera quasi surreale di stupefacente bellezza. Scendiamo e concateniamo Cima delle Casselarghe e infine il Cimon della Bagozza, sempre su tracce impervie e misto neve. Ridiscesi al passo dell’Ortica decidiamo di imboccare il canale Est per il ritorno. La neve si è lasciata andare, si è abbandonata tra le braccia della luce con quella naturalezza tipica di un nudo di Modigliani. Mentre dismetto i panni dell’alpinista, certamente mancato, in un batter d’occhio Stefano e Roberto si bevono duecento metri di This-livello lanciandosi senza timore reverenziale lungo il pendio innevato del Canale Est. Maledetti, arranco ma recupero e atterriamo in men che non si dica sugli sfasciumi di roccia. Alle spalle le nostre tracce crudeli che hanno abusato della neve romantica di maggio per farne scempio anzichè corteggiamento; non te la prendere, eri destinata a sparire con il primo caldo, tanto valeva.. Davvero veloce il rientro. Ci incamminiamo baldanzosi verso il rifugio ripercorrendo lo stesso sentiero dell’ andata, alle spalle l’incredibile monolite della Bagozza salito da Cassin ci osserva in silenzio. Nemmeno per un istante abbiamo sognato di scolarci una birra media gelata, tanto che quando ci sediamo sulla panca sotto il portichetto esterno del rifugio , il sole che ci illumina spietatamente i coppini ha già ordinato per noi. Dunque, vediamo, quanto ho nelle casse desolate delle mie tasche ? Diciotto sporchi euro. Avanzo, mostro al gestore quello che passa il convento ed esco con le 3 lattine da 0,5 di birra ordinate dal sole e aggiungo 3 grappette in scioltezza ordinate da base terra. Gli ex ragazzi apprezzano il gesto e, poco dopo, quando transita un piatto di polenta e stracotto destinato ad altri avventori, Roberto esegue una sceneggiata già vista. Entra ed esce con 3 piatti e naturalmente da bere. Finisce che intoniamo a 3 voci gli struggenti canti alpini della prima guerra mondiale, il rifugista Silvio si unisce come un usignolo nella stagione degli amori, trascurando benevolmente l’altra clientela che applaude e apprezza la retorica di Guido Lammer. Noi non c’eravamo ma è come se sull’Ortigara ci fossimo nati, lo so che è da idioti ma che ci possiamo fare, in noi alberga un senso del dovere forte e incorruttibile, Ta Pum ! Bellissimo. Spontaneo. Irripetibile. Credibile. Non sarà mai come questa volta. Grazie a Carlo per le piccozze, grazie alla rifugista per il caffè sulla fiducia ampiamente ripagata in emozioni, grazie a Stefano e Roberto per aver spento la sveglia prima che essa suonasse, seguendo alla lettera l’umile vangelo di noi terrestri. Quella stretta di mano, in vetta, catturata di nascosto, pare gridare “Conta su di me”. Mario
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Becco di Filadonna

Sono convinto che tutta la mia innata inconcludenza, ma pure le passioni, siano germogliate in quel coacervo di fantasia, studio e pruriti sessuali che furono gli anni delle Superiori, ormai sepolti da quattro decadi che paiono millenni. Eppure ho involontariamente rimosso gran parte dei dettagli di quel periodo meraviglioso. Lo penso mentre salgo con Stefano verso il Becco di Filadonna, nome superbo, propaggine di
puro calcare che emerge dall’altipiano di Folgaria in direzione della Valsugana e del lago di Caldonazzo. Se devo riassumere un quinquennio in una sola parola, scelgo Movimento ! è e resterà per sempre un termometro di gioventù e confido nella bellezza dei luoghi per un rinnovato slancio di impulso giovanile nel cuore di questo millenario avamposto Cimbro. Fino a metà del secolo scorso da queste parti resisteva una parlata volgare di radici tedesco bavaresi denominata “Slambrot”. Che colpo al cuore. In dialetto bresciano Slambrot sta a significare di una persona grossolana priva di senso pratico e la pronunciava sempre la signora Gina del quarto piano, in Via Cremona; “ta set en slambrutù” diceva quando risalivo dal cortile lercio di sudore, sangue e sbucciature. Stigmate di indimenticabili partitelle a calcio, due contro tre, tre contro quattro, sempre dispari, a pallonate contro le serrande dei garage. Arriviamo a Passo Sommo. Non molti anni fa da queste parti frotte di mountain bikers si litigavano l’unico parcheggio per poi avventurarsi sulle meravigliose sterrate militari e non, arrivate intatte fino a noi. Oggi in quello stesso parcheggio non si vede neppure l’ombra di un’ auto, solo un grosso cartello che mostra la faccia di un tizio felice per aver colpito una pallina di plastica con una mazza. La chiamavano Cento Kilometri dei Forti perchè lungo le forestali idilliache resistono i resti di alcuni forti AustroUngarici e Italiani che conservano immutato quell’alone di spiritualità altrove sparito. Il solo pronunciarla evocava avventura. Oggi qualche lungimirante marketing manager ha preferito puntare tutto sulla pubblicità di 18 buchi nell’erba che, francamente, percepisco come 18 buchi nell’acqua; sterile declino italico. Della mia Maturità conservo intatto un solo grande unico ricordo onnicomprensivo, una fitta trama ordita di volti e storie, una matassa intricata che non so dipanare, senza un perché. E’ mancata l’ambizione e, quando si è presentata un’occasione qualunque, l’ho sempre gettata al vento preferendo deviare vigliaccamente verso musica, avventura e idiozia, in senso lato e inversamente proporzionale. Lo spunto di questa relazione parte da alcune considerazioni circolate nel nostro gruppo di what’s up. L’occasione l’ha servita la lettura del bellissimo libro intitolato “Il sistema periodico” di Primo Levi. Nel capitolo “Ferro” Levi racconta gli anni del ginnasio, le sue amicizie, la promulgazione delle leggi razziali, i mutamenti sociali. Conoscendo i volponi del gruppo ho condiviso un passaggio che mi aveva trafitto il cuore e This-livello ha saputo immediatamente coglierne l’essenza e rilanciare con un episodio risalente ai suoi anni del Liceo, quarant’anni fa. Stefano e Giovanni, compagni di classe ” . . . tu forse non ricordi, ma un giorno, mentre ci stavamo intrattenendo in discussioni filosofiche durante le ore di Italiano, ci siamo scambiati due frasi; la tua, “chi mira al sole colpirà sempre più in alto di chi mira a un cespuglio”, la mia, “non sprecare dardi nel cercare di colpire invano il comandante del tuo nemico, che è lontano, colpisci uno ad uno i nemici che ti sono più appresso” , noi non lo sapevamo ma stavamo enunciando la nostra filosofia di vita . . .” per me, come credo per Giovanni, Stefano e Giuseppe, gli anni delle Superiori sono stati culmine di infuocata e rigogliosa esistenza, fioritura di pianta rampicante che credevamo essere sempreverde, sbagliando. In queste verità lapidarie da diciottenni d’assalto leggo il percorso differente delle loro vite, un chiaro e diverso modo di spendersi. Sembra quasi di respirare la stessa aria di quella V maiuscola e rivivere il pallido colore delle pareti in aula, in fondo al corridoio del Calini, l’ultima di cinque stanze, e poi la vita. Imbarazza la precisione e la puntualità del ricordo ed io che fatico a recuperare il nome e cognome di tutti i miei compagni. A proposito, in questa storia io ero quello che limonava durante la ricreazione con la ragazza che sarebbe poi diventata lo donna della vita. Proprio di fronte al ristoro collocato sul passo Sommo parte la sterrata che dovremo imboccare. Sbagliamo il bivio mal segnalato verso l’ex rifugio Paradiso e poco oltre Stefano drizza le antenne, la sua mente è un sestante da navigazione collocato a mille metri d’altezza, è un uomo che si è fatto drone per noi. Insieme decidiamo che salendo da quel fantastico prato ingiallito di stagione andremo comunque ad acchiappare la cresta e quindi ricongiungerci con il sentiero ufficiale. La salita non è mai dura e passiamo dal prato al bosco misto e poi al calcare e ai pinetti mughi, ricorda la mia adorata Majella. Arriviamo al monte Cornetto segnalato da una strana scultura che fonde sci e bastoncini per assumere la parvenza di una croce. Diciamo un laico tentativo di segnalare una cima. Da qui il Becco di Filadonna richiede più di due ore e quando iniziamo a pestare la neve avviene l’incontro che non ti aspetti , l’incontro ravvicinato del Terzo becco. Un camoscio fa capolino tra i pini mughi, altri due zampettano poco sopra di lui, sono ancora distratti dal mattino e quasi non si accorgono di questi due esseri umani che procedono silenziosi nella neve, la magia dura il tempo utile per catturare un paio di scatti. L’incontro con vite selvatiche altre da noi ha sempre il potere di farci tornare bambini, felici come uova di Pasqua. Scusate amici se passiamo sulla vostra strada mentre state facendo colazione, loro accettano le nostre scuse e si eclissano veloci come il vento a rotta di collo, giù per il pendio, cinquecento metri più in basso, scomparendo chissà dove. Cresce inesorabile la nostra voglia di essere civilmente inselvatichiti. Nel tempo del tutto che si concede a chiunque, avanza imperioso il vuoto di una sola singola esistenza incapace di competere con questa sarabanda dei desideri. E allora vale oro colato l’imprevisto che ci siamo regalati abbandonando la traccia, è impagabile l’emozione che non deriva da un desiderio realizzato ma dalla pura e semplice azione istintiva, linfa vitale per i muscoli, grasso che cola per il cervello. Io credo che saranno queste deviazioni di percorso a restare maggiormente impresse nella nostra memoria, tutto ciò che in qualche modo è sfuggito alla meticolosa preparazione della gita, momento comunque cardine e diversamente appagante di menti Natural Born Wild. Raggiungiamo in sequenza il Becco di Filadonna e poi la Vigolana collocata proprio sopra il bivacco che porta il suo nome. Incrociamo 3 Cimbre aggressive e motivate con cane al seguito e confabuliamo con loro qualche utile indicazione in uno slang irripetibile, ripartiamo. C’è neve e appena sopra di essa emergono silenziosi rami di mugo spezzati e adagiati come cavalli di frisia in una luce surreale sotto un cielo terso. Sono con il mio amico Stefano, abbiamo visioni comuni e opinioni fortunatamente differenti, siamo quello che siamo, alla luce del sole. C’è qualcosa anche di noi e della nostra amicizia in questo passaggio di magnifica e struggente verità che umilmente mi permetto di proporre “. . . Sandro sembrava fatto di ferro, ed era legato al ferro da una parentela antica: i padri dei suoi padri, mi raccontò, erano stati calderai (“magnìn”) e fabbri (“fré”) delle valli canavesane, fabbricavano chiodi sulla sforgia a carbone, cerchiavano le ruote dei carri col cerchione rovente, battevano la lastra fino a che diventavano sordi (…)
“Dôma, neh?” mi disse un giorno, a febbraio: nel suo linguaggio, voleva dire che, essendo buono il tempo, avremmo potuto partire alla sera per l’ascensione invernale del Dente di M’, che da qualche settimana era in programma. Dormimmo in una locanda e partimmo il giorno dopo, non troppo presto, ad un’ora imprecisata (Sandro non amava gli orologi: ne sentiva il tacito continuo ammonimento come un’intrusione arbitraria); ci cacciammo baldanzosamente nella nebbia, e ne uscimmo verso la una, in uno splendido sole, e sul crestone di una cima che non era quella buona. Allora io dissi che avremmo potuto ridiscendere di un centinaio di metri, traversare a mezza costa e risalire per il costone successivo: o meglio ancora, già che c’eravamo, continuare a salire ed accontentarci della cima sbagliata, che tanto era solo quaranta metri più bassa dell’altra; ma Sandro, con splendida malafede, disse in poche sillabe dense che stava bene per la mia ultima proposta, ma che poi, “per la facile cresta nord-ovest” (era questa una sarcastica citazione dalla già nominata guida del Cai) avremmo raggiunto ugualmente, in mezz’ora, il Dente di M’; e che non valeva la pena di avere vent’anni se non ci si permetteva il lusso di sbagliare strada. La facile cresta doveva bene essere facile, anzi elementare, d’estate, ma noi la trovammo in condizioni scomode. La roccia era bagnata sul versante al sole, e coperta di vetrato nero su quello in ombra; fra uno spuntone e l’altro c’erano sacche di neve fradicia dove si affondava fino alla cintura. Arrivammo in cima alle cinque, io tirando l’ala da far pena, Sandro in preda ad un’ilarità sinistra che io trovavo irritante.

– E per scendere?

– Per scendere vedremo, – rispose; ed aggiunse misteriosamente: – Il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso -. Bene, la gustammo, la carne dell’orso, nel corso di quella notte, che trovammo lunga. Scendemmo in due ore, malamente aiutati dalla corda, che era gelata: era diventato un maligno groviglio rigido che si agganciava a tutti gli spuntoni, e suonava sulla roccia come un cavo da teleferica. Alle sette eravamo in riva a un laghetto ghiacciato, ed era buio. Mangiammo il poco che ci avanzava, costruimmo un futile muretto a secco dalla parte del vento e ci mettemmo a dormire per terra, serrati l’uno contro l’altro. Era come se anche il tempo si fosse congelato; ci alzavamo ogni tanto in piedi per riattivare la circolazione, ed era sempre la stessa ora: il vento soffiava sempre, c’era sempre uno spettro di luna, sempre allo stesso punto del cielo, e davanti alla luna una cavalcata fantastica di nuvole stracciate, sempre uguale. Ci eravamo tolte le scarpe, come descritto nei libri di Lammer cari a Sandro, e tenevamo i piedi nei sacchi; alla prima luce funerea, che pareva venire dalla neve e non dal cielo, ci levammo con le membra intormentite e gli occhi spiritati per la veglia, la fame e la durezza del giaciglio: e trovammo le scarpe talmente gelate che suonavano come campane, e per infilarle dovemmo covarle come fanno le galline.

Ma tornammo a valle coi nostri mezzi, e al locandiere, che ci chiedeva ridacchiando come ce la eravamo passata, e intanto sogguardava i nostri visi stralunati, rispondemmo sfrontatamente che avevamo fatto un’ottima gita, pagammo il conto e ce ne andammo con dignità. Era questa, la carne dell’orso: ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino.

Perciò sono grato a Sandro per avermi messo coscientemente nei guai, in quella ed in altre imprese insensate solo in apparenza, e so con certezza che queste mi hanno servito più tardi.

Non hanno servito a lui, o non a lungo. Sandro era Sandro Delmastro, il primo caduto del Comando Militare Piemontese del Partito d’Azione. Dopo pochi mesi di tensione estrema, nell’aprile del 1944 fu catturato dai fascisti, non si arrese e tentò la fuga dalla Casa Littoria di Cuneo. Fu ucciso, con una scarica di mitra alla nuca, da un mostruoso carnefice-bambino, uno di quegli sciagurati sgherri di quindici anni che la repubblica di Salò aveva arruolato nei riformatori. Il suo corpo rimase a lungo abbandonato in mezzo al viale, perché i fascisti avevano vietato alla popolazione di dargli sepoltura.

Oggi so che è un’impresa senza speranza rivestire un uomo di parole, farlo rivivere in una pagina scritta: un uomo come Sandro in specie. Non era uomo da raccontare né da fargli monumenti, lui che dei monumenti rideva: stava tutto nelle azioni, e, finite quelle, di lui non resta nulla; nulla se non parole, appunto” (Primo Levi – Il sistema Periodico)

Mario

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Salita ad olfatto

Monte Molter

Se ogni tanto alzassimo lo sguardo al cielo e smettessimo di osservare i marciapiedi pensando unicamente a non calpestare le deiezioni canine, ci accorgeremmo che intorno a noi brulicano luoghi inesplorati. Si tratta solo di dare fondo alla nostra immaginazione e provare ad applicarla su una mappa geografica. Facile a dirsi difficile a farsi. Per molti, ma non per Stefano. Se fosse nato a Lisbona, Vasco de Gama sarebbe stato il suo mozzo di fiducia. Solo un navigatore stellare poteva immaginare su carta l’anello Valle Dorizzo Monte Molter Val Sanguinera Valle Dorizzo. A questo punto mi sono giocato tutti i Se che avevo in canna per le poche righe destinate alla relazione. Il monte Molter è un’ anonima schiena di dromedario appollaiata tra la val Sabbia e la Val Trompia completamente a margine dei percorsi più frequentati della zona. Risaliamo la Val Sabbia in direzione Bagolino Gaver, parcheggiamo in prossimità del piccolo camping di Valle Dorizzo e torniamo sui nostri passi per qualche decina di metri fino ad incrociare una strada che sale a destra. Sopra un muro di contenimento campeggia una segnaletica in legno nuova di zecca, del Molter nessuna traccia. Bene , salutiamola perché sarà anche l’ultima. La strada diventa sterrata e dopo un paio di km abbandoniamo il sentiero che porta direttamente alla malga Cadino, in inverno si incontrano le tracce degli skialpers affamati di this-livello, noi invece pieghiamo a sx dove le indicazioni sono in via di estinzione. Ci spaventa l’idea dell’ignoto e siamo disposti a pagare colui che invece azzarda, cerca un punto d’incontro di due versanti opposti, segue le peste degli ungulati, fa da solo quello che noi temiamo in compagnia. E invece calpestare la terra non battuta procura sempre inaspettate emozioni, come se ad ogni passo si parasse innanzi a noi lo sguardo di Monnalisa illuminata da una luce sempre diversa. Invidio di Stefano la sua prodigiosa memoria, so già che tra quindici mesi egli ricorderà ogni anfratto di questo luogo mentre io, a malapena, ricorderò il nome. Ciò non toglie che nella nostra indubbia eterogeneità qualche fottuta qualità ce l’avrò anch’io ! altrimenti sarei stato scaricato quella prima volta in Grigna. Credo si chiamasse Rifugio Rosalba. Io mi ero presentato con pedule altamente permeabili e pile simile a uno straccio delle polveri. Avevo però recuperato reputazione strada facendo, non mollando. Sappiamo che da queste parti, (malga Bromino ? ) dovrebbe trovarsi la cosiddetta Pozza dell’Orso che non vedremo e ancora ci stiamo chiedendo se sia più difficile incrociare la Pozza oppure un Orso. Dentro di noi confidiamo e ci illudiamo che sia un inverno prodigo di neve ma temiamo sarà secco come la fame e come le terra che stiamo calpestando. Mentre saliamo raneggiando tra i cespugli inizia la sagra delle leggende metereologiche, favole in cui si racconta di nevicate epocali dopo un novembre assolato, era il 1985 e giravamo per la città con gli sci di fondo e i pupazzi di neve erano alti fino ai balconi del primo piano, e se fa bello a Buffalòra dall’inverno siamo fòora. Quel che parrebbe un sentiero per le arvicole evapora nel mare di prati gialli costellati di arbusti in disordine, rinsecchiti e pungenti. C’è una sella là in alto, di fronte a noi, ci osserva maculata di neve ostinata, si affaccia sul ripido costone che sta sulle nostre teste e non sembra solcata da nessuna traccia, è casta e pura. Si vociferava sulla presenza di un passo del buco del Gatto, anch’esso destinato a rimanere ignoto. Saliamo con l’olfatto, a naso, nessuna pennellata, nessun sentiero. Quando appoggiamo i piedi su quelle rade chiazze di neve non riesco a non pensare al caos indeterminato dei fiocchi che alla rinfusa cadono dal cielo e per uno che riesce ad incunearsi in ombra e resistere fino all’arrivo dei rinforzi, diecimila si squagliano ancor prima di toccare terra … nel silenzio assoluto della solitudine del nostro essere un numero pari, quasi in punta di piedi e senza volervo, ci separiamo, come una coppia in crisi. Ciascuno segue la propria idea di salita. Stefano sulla dorsale ripida e in erba, io invece verso il canale innevato in ombra. Raggiungiamo la sella e ci ritroviamo separati a trecento metri di distanza. Mariooooo, ci sei ? Volete veramente sapere quale delle due scelta era il percorso più efficace ? #chevvelodicoaffà. Dalla cima spelacchiata l’idea è quella di percorrere la traccia che, a questo punto ben visibile e segnalata, è rivolta in direzione del versante triumplino e compie un ampio anello toccando il Dosso Pozzarotonda e ritornando ad affacciarsi sulla conca del Rondenino. Scendiamo proprio in quella direzione fino ad immetterci su una strada di servizio di accesso alle malghe. Nessuno, Nobody, Niemand, Nul. Più avanti il solco della Val Sanguinera si fa profondo. Costeggiamo il lato destro seguendo qualche rara pennellata, metto in cantiere un volo pazzesco su ghiaccio in vetro trasparente e un atterraggio di schiena sullo zaino più che mai benedetto, traversiamo il fiume e risaliamo sul versante sinistro nei pressi di un bello spiazzo con malga. Incrociamo il sentiero che sale diretto al passo di Crocedomini e ci innestiamo in discesa fino a riprendere la sterrata sopra Valle Dorizzo. Bellissimo anello selvaggio. Il percorso richiede fantasia ed iniziativa fino al monte Molter . . . “ed è subito sera”.
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sussurri e grida, di neve perduta

Corna Blacca da Ono Degno

E così, proprio quando credevo che la musica indiana fosse la più pallosa del mondo, sommerso da cumuli di cd piratati che non ascolterò mai più e libri che probabilmente non leggerà nessuno, il canale musicale della BBC trasmette una nenia intrisa di Gange e ceneri sparse nel vento demolendo in un sol colpo l’ultimo mio grande pregiudizio musicale. Finalmente libero. E’ la fine di Dicembre e per il terzo anno consecutivo il sole brucia i pascoli indifesi e se ne sta appollaiato all’orizzonte, palla solitaria di fuoco che non porta alcun rispetto alle stagioni della terra. Percorriamo la statale della Valle Sabbia fino a Vestone dove imbocchiamo la deviazione per le Pertiche e poi Ono Degno nei cui pressi sorge il rifugio Amici Miei. Ci incamminiamo sulla sterrata che prosegue oltre. Irrilevanza. Secondo Giovanni viviamo nell’era dell’irrilevanza, dove le intenzioni battono i numeri due a zero. Non voglio neppure immaginare quel giorno in cui chi mi sta accanto mi consideri irrilevante, avrò sempre qualche maledetta emozione da trasmettere, nel bene o nel male. Come dare torto a Giovanni. Hic et nunc, tutto e il contrario di tutto. Noi non diamo alcun peso ai passerotti virtuali che cinguettano a vanvera, alla pletora di esternazioni, alle barricate di pregiudizi urlati in bella vista. Noi crediamo ancora nella concretezza di un sano silenzio e nella forza educativa della fatica e del sudore. All’irrilevanza di un post qualunque in un giorno qualunque destinato, al più, a durare meno di un peto, opponiamo la nostra stanchezza sincera che ci regala un ricordo destinato a durare in eterno. La strada sale fino allo sconosciuto Passo Croce e poi in località Selva. Si parla di riforma costituzionale, di manipolazione delle masse, della parete Nord dell’Eiger, di quanto possa costare caro, nella superba convinzione di arrivare a tutti i costi in cima, sfilare la corda dall’unico ancoraggio che permette di tornare indietro. Dalla Selva ci infiliamo su sentiero bellissimo tralasciando la strada sterrata che scende a Presegno. Incrociamo una sorgente che non vuole morire dal nome dialettale impronunciabile e arriviamo nei pressi della Casina di Paio. Nell’assoluto assolato silenzio sulla facciata dello stabile campeggia una lapide in pietra scura, ci ricorda un passato drammatico neppure tanto lontano; in memoria di Amerigo Bagozzi, anni 20, approfondisco . . . “Verso la fine di Agosto 1944 iniziava un rastrellamento Tedesco nella Valle Sabbia – Valle Trompia. Una delle colonne Tedesche passando da Forno Ono e Piazzole di Presegno si portava in località Paio Alto dove sorprendeva il gruppo di Franco. (Tita Secchi). A tradimento piazzava le armi automatiche pesanti ed apriva il fuoco . . . il partigiano Bagozzi da me personalmente conosciuto, ragazzo molto sveglio,coraggioso, disciplinatissimo, pieno di entusiasmo si trovava nella casina ferito ad una gamba. Si suppone che le raffiche tedesche lo abbiano raggiunto mentre riposava . . . il giorno dopo mi recavo personalmente con tre compagni sul posto e trovavo il Bagozzi Amerigo morto davanti alla porta della casina di Paio di Sopra . . . Gli rendemmo gli onori e lo trasportammo nel bosco sottostante al coperto di una roccia ricoprendolo con rami di mugo e pietre. Due o tre giorni dopo . . . traportavano il nostro “Rigo” in Presegno . . . la sua salma veniva posta nel Cimitero di Presegno dove tuttora si trova. Favorisca questo comitato informare nella maniera che creda più opportuna la famiglia affinchè sappia della fine gloriosa di suo figlio e del luogo dove si trova sepolto. Il comandante della brigata G.Perlasca F/to Ennio Doregatti.” Che infinita tristezza. Ci rimettiamo in cammino in un tratto di sentiero pianeggiante e poi, in corrispondenza di un ripidissimo scivolo erboso, saliamo imperterriti veramente fuori dall’ordinario. I colori sono ormai quelli del deserto, i ciuffi d’erba sembrano capelli biondi lisciati dal vento, ci muoviamo a braccia aperte come funamboli che non voglio cadere di sotto.Sono tempi duri per i troppo buoni e i buoni non conoscono empietà. Sono al più capaci di indirizzare su loro stessi l’onda d’urto di una spinta di cattiveria istintiva. I buoni sono l’argine di un fiume in piena, sono le radici di un albero su un ripido costone, il riparo inatteso che incontri in un temporale estivo. Che succede se i buoni s’incazzano ? Nulla. Andranno alla ricerca di sentieri desueti in cui le pennellate multicolore saranno un antico miraggio e l’intuito del singolo conterà più di una suola Vibram. Meno tracce segnalate, più tracce sconosciute. Gli ultimi 300 metri per la direttissima (EE). Non c’è respiro per parlare. Negli zaini tutta la nostra storia mescolata con banane, teiere improbabili e cioccolata. Quota 2000, Corna Blacca, coffee break …

sussurri e grida
di neve perduta
ti saluto anno chiassoso
vissuto nel frastuono
di schiaffi tirati alla rinfusa
nel delirio di una mediocre onnipresenza
addio anno indifferente
che al dolore hai opposto rumore
io non dimenticherò nessuno e brinderò a quel senso di eternità che sempre mi trafigge il cuore . . .

Giovanni si è appisolato su una pietra, come il più duro degli alpinisti, Stefano sta seduto in controluce a sognare la prossima uscita e io mi godo lo spettacolo. Quel che è certo è che non camperò in eterno e, per quanto mi riguarda, nemmeno lo desidero. Mi sento pulviscolo cosmico in sospensione, toh guarda, due particelle come me, che meraviglia non essere soli. La discesa percorre l’interminabile cresta verso Ovest fino al passo di Pezzeda mattina. Sono i nostri monti ventosi, dove è fischiato il vento, dove ha urlato la bufera, le nostre piccole Dolomiti Bresciane. Stefano ci racconta che il casco in montagna è comparso solamente nel tardo dopoguerra, Giovanni non si capacita, persino gli Opliti ne erano dotati. Le scuole di roccia insegnavano agli allievi che il casco toglieva la sensibilità al capo e impediva di percepire le asperità sopra la via. Spalto celtico, località Frondine. C’è qualcuno ? Siamo terrorizzati all’idea di sfilare la deviazione che ci dovrebbe permettere di tornare al rifugio Amici Miei senza perdere quota. Sono ormai 20 i chilometri percorsi e la strada Agro Silvo Pastorale non segnata sulla cartina è tanto inattesa quanto brutta e ci massacra i piedi, ma quale agrosilvopastoralità Virgiliana ! 24 kms e circa 1300 metri di this-livello. Stefano si è superato portandoci in punta di piedi dentro la nostra storia. Beati noi che possiamo attingere alla sua inesauribile fonte di ispirazione.
Cari scrittori dormienti e musicisti del tempo libero, surfisti mancati e dentisti pentiti, cari viaggiatori nel tempo e lanciatori di sassi a pelo d’acqua, non dimenticatevi mai, dico mai, di sudare.
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Il persorso tracciato dal GPS in formato KMZ per Google Earth

Sella di Tortavai

Monte Cadria

Se state leggendo queste righe significa che sono ancora vivo. Non mi sono messo nei guai, non ho azzardato alcun passo che non fossi ben consapevole di poter percorrere. E’ tutta colpa della Musa Ispiratrice. Di lei resta solo un delicato profumo sparso nell’aria, dicono sia fuggita con un giovane alpinista di belle speranze. Mentre io sceglievo la via della semplicità più consona agli anni che porto, lei si invaghiva delle fontane di giovinezza e dei suoi eccessi, della guida spericolata in sella a una bicicletta senza freni, di scelte sconsiderate ed istinti animaleschi. Arduo cimentarsi sul resoconto di un Sabato qualunque in montagna di fronte al meraviglioso spaccato di vita che Stefano ci ha appena regalato (“El Cor”). Nel leggere quelle righe la Musa è fuggita a gambe levate gridando al proprio fallimento su di me e questo disordine improvviso che si lascia alle spalle appare intollerabile. Indago. Le Muse, dette anche dee dei monti, erano o sono nove e nacquero dalla divina coppia Zeus e Mnemosine dea della memoria.
Ora è tutto chiaro, monti e memoria . . Stefano !
Sulla curva che porta al forte Cariola
sale una strada che quasi si invola,
disegna tornanti, è nera d’asfalto,
lontana dal mare blue di cobalto,
lontano dal manto bianco di neve
che al sole di Maggio sembra più breve,
si scioglie, si schiaccia oppure si sfonda
e noi senza arva nè pala, nè sonda.
Parcheggiamo l’auto in località Deserta, intorno a noi, manco a dirlo, non c’è nessuno. Incrociamo l’Odisseo che scappa dai ciclopi attaccato al vello di una pecora, facciamo finta di nulla. Un divieto ci impedisce di proseguire in quanto non residenti, di questi tempi la non residenza pare sia una colpa infamante, raggiungiamo malga Ringia. Ci lasciamo sulla destra la deviazione segnalata per malga Cadria, via d’accesso ufficiale alla cima, per avventurarci alle spalle dell’ultima Malga, Pura, di nome e di fatto. In lontananza chiazze di neve come glassa spalmata risplendono sotto la luce limpida del mattino e risalgono il ripido versante Nord della montagna. Abbiamo scarpe basse, ma il cervello fino di Stefano ha suggerito attrezzatura completa per progressione su ghiaccio. La traccia estiva che sale alla Bocchetta di Tortavai, passo del Masòn per gli Austroungarici del 1915, è sepolta di neve. Decidiamo di salire dal canale più ripido meno esposto al sole, sul lato destro della conca, cerchiamo uno strato di neve in grado di sostenere e contrastare degnamente le zanne biforcute che abbiamo calzato. Oggi sfoggio una tenuta da far invidia al miglior cioccolataio svizzero, pantaloni da runner aderenti sotto il ginocchio, scarpette leggere per corsette estive in montagna e, naturalmente, maglietta maniche corte, senza guanti, in pratica un cinquantaqratrenne rimbecillito. Stefano ha con se la piccozza, emerge la solida preparazione classica complice la passione e gli anni vissuti alla prestigiosa scuola di roccia Ugolino Ugolini, quella, per intenderci, dei non allineati, il papà istruttore quando il sesto grado era già nell’organizzazione dell’uscita e alla Tivvù in bianco e nero e senza telecomando si parlava di compromesso storico. Erano gli anni del Nuovo Mattino e delle aspre contraddizioni generazionali. Stefano inizia a gradinare senza sosta, gradina per se stesso e per la collettività, per oggi e per sempre, scava nella neve e nella memoria, ogni colpo di piccozza un ricordo, ogni passo una conquista, gradina senza pietà e in punta di piedi, domina con rispetto la forza di gravità che, seppur benevola ed indulgente di fronte alla vita in senso lato, ostinatamente se la prende con noi e ci vuole scaraventare a valle senza neppure avere avuto il piacere di conoscerci. Per precauzione ci distanziamo e ci disponiamo disallineati, è ripido e le nostre mani non esitano ad attaccarsi ai blocchetti di neve ghiacciata alla ricerca della massima stabilità e equilibrio. Alla Sella di Tortavai ci sembra di svettare sul nostro primo ottomila e invece siamo solo al trecentesimo millequattrocento accecati dal sole che bacia l’altro versante evidentemente, e senza alcun dubbio, più bello di noi. Le mani congelate dei colletti bianchi non avvezze al sacrificio benedicono il calore di questi raggi e ci sentiamo un po’ comi i Sumeri in adorazione di Utu il dio Sole. Scavalliamo sul vecchio sentiero militare, pochi metri in tranquillità e il percorso torna a scomparire sotto la neve di fine stagione, la più fastidiosa, quella che non ci sta a farsi liquefare in silenzio e si distende sul pendio e azzera ogni cengia, si deve salire a rane. La pendenza è molto sostenuta e il manto più cedevole. Togliamo i ramponi e riprendiamo a scazzottare con la neve, Stefano instancabile traccia il percorso di salita meglio di un capo cantiere ed io, tipo da spiaggia pure un pò agitato, faccio come i paguretti che trovano casa nelle conchiglie abbandonate dagli altri e le fanno rivivere, lo stesso i miei piedi nelle sue impronte che riprendono vita. Quanta rassicurante soddisfazione nel trovare una linea ben fatta su terreno infido, quale conforto nel sapere che qualcuno è già passato di lì. Tocchiamo finalmente il sole e riemerge magicamente l’antico camminamento di guerra che ci condurrà in vetta con qualche traverso bastardo. Spaziale ! Chi l’avrebbe mai detto, salita saporita, fast and young, lontani dalla nostra quotidianità, dal nostro stile di vita, in un luogo così superbo e immobile. Il tempo si fa neutrale, ci lascia in pace e ci racconta che siamo gli stessi ragazzi dell’ultimo giorno di scuola che uscivano al sole di Giugno sorridenti e spensierati come non ci fosse un domani. La discesa inizia ripidissima e si perde nell’ampia seduta da cui, probabilmente, il toponimo Cadria, fino alla bella pozza che porta lo stesso nome. Sulla destra rispetto alla direzione di marcia le pareti del monte Nozzolo sforacchiato come una gruviera paiono un cantiere fermo dal 1915 e non è difficile scorgere in lontananza un gran movimento di uomini e animali intenti ad allargare strade, stabilizzare tornanti, scavare ripari. Impeccabili queste mulattiere di guerra, da cento anni si fanno coprire docilmente dalla neve e poi lavare dalla pioggia e ancora reggono e sopportano il cammino di chi ha fame di libertà, testimoni silenziose dell’umano genio e follia, un patrimonio di valore inestimabile intriso della nostra storia, che piaccia o meno. Maledetta Musa ispiratrice, chi sei ? Euterpe o Calliope ? Ti sei materializzata sul treno che da Milano mi riportava a Brescia pìù di un mese dopo la nostra salita, mentre, assorto nei miei pensieri, osservavo il paesaggio scorrere dietro il vetro. Sei tornata più bella che mai per instillare ancora una volta un infuso di immaginazione ed ora sono vivo. In lontananza il profilo delle Orobie si fonde nel volto riflesso dei passeggeri, un tutt’uno con la lunga scia di capannoni industriali e quel che resta della nostra campagna e del nostro mondo antico, un tutt’uno con quel che resta di noi. Mario e Stefano
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El còr

Anno 1970, anno di capelli lunghi e basettoni vistosi, anno di pantaloni a zampa d’elefante e di Trespass, raccolta di vagiti di quei Genesis che negli anni a seguire mi avrebbero fatto innamorare del progressive rock. Lo so, leggere le mie righe dopo quelle di Mario è come sperare di digerire i cannelloni ripieni di mia suocera dopo aver sognato le crespelle di mia moglie; “Bodini, scrivi in modo ottocentesco”, mi ammoniva il professor Colombini in quinta liceo. Ma son diventato ingegnere, caspita, ed il “calculemus” di Lebniz mi si è infilato nel linguaggio oltre che nel cervello. Ma tant’è, ho qualcosa da raccontare e voglio farlo qui; e quando questo sito si tramuterà in un libro per la fortuna di Mario, vorrei che queste parole potessero essere un mio ricordo.

Anno 1970 , dicevo. Da tempo in Dolomiti, fortunato di avere genitori che qui fecero il loro viaggio di nozze negli anni ’50 e che allora, per essere raggiunte, richiedevano un lungo giorno di dì viaggio tra gardesana occidentale e centro di Trento, prima di agganciarsi al primo tratto disponibile dell’autostrada del Brennero.
E fortunato di avere un papà istruttore di roccia, lui di Cremona, terra in cui la più alta vetta è il cavalcavia dell’autostrada, ed uno zio capitano degli Alpini di fresco congedo dalla Julia: “com’è la barba della vecchia? È folta e nera e odora di bufera, è aspra e dura come la roccia che la porta”, uno dei tanti motti ripetuti all’infinito come litanie esorcizzanti. Anni di cui ho pochi ricordi , se non di grandi picnic, di grandi abbuffate, bevute e cantate (degli altri) , che però mi avrebbero stillato la convinzione di un “credo” alpino fatto di amicizia e valori, che nel tempo avrei erroneamente creduto di dare per scontato. Sbagliando.
E in quell’agosto, si parlò di Mulàz, vetta satellite nel gruppo del Focobon. Facile allora salire con la macchina sino ai Piani di Vezzana, per fare quella che era una sgroppata classica; né file di turisti , né macchine in quella deserta Val Venegia che era allora molto simile a quella che Gerard Depardieu aveva sullo sfondo del suo film “Mirka”.
“Stefano, suona la campanella” , suggerisce Papà sulla vetta, innescando una spira di DNA emotivo che 30 anni dopo avrebbe visto me chiedere lo stesso a mio figlio Federico sulla vetta del Monte Piana. Ma in discesa, non sul sentiero comune: sul ghiaione e sul nevaio a lato, saltando di gioia per mano a mio padre, cercando l’abilità dell’alpinista esperto. E qui, senza che lo sapessi, si consumò il rito del novello David Jones nei Pirati dei Caraibi: dal canale che separa la Cima di Valgrande dai Bureloni scende una spira di vento che mi condanna, un giorno a terra e dieci anni per mare, un giorno in montagna e dieci mesi ad aspettare di tornarvi. Un cuore perso per quel deserto di pietre.

Agosto 2015. E ancora Pale di S.Martino. La valle di Gares è tale e quale a come il mare della Tetide ce l’ha lasciata all’alba del Mesozoico. E la salita al passo delle Cesurette è fatta con il solito vigore che non permette di ricordare quanto sia lunga e ripida. Teo corre avanti. Io scorgo una figura femminile che si bagna nella luce del sole. La vedo, mi guarda, mi saluta. Rispondo al suo gesto con l’incredulità del bimbo: che sia un’anguana che ha appena terminato il rito del bagno nella rugiada mattutina? Non so, ma si va oltre.

Luca Visentini è un milanese innamorato delle Dolomiti; ha scritto libri con relazioni appassionate, ha salito ogni cima ed ha deciso di raccontarlo agli altri. Ma nel tempo è diventato barocco: ”scendiamo per un canale incassato, innevato o franoso. Avanziamo nella deliziosa natura di una banca sospesa. Ci spingiamo fin sotto un colatoio sinuoso ed impraticabile”. Niente se non l’istinto permette di trovare il percorso, perché i pochi “ometti”, i cumuli di pietre che la solidarietà alpina lascia agli altri per orientarsi, sono tutti atterrati dalla neve e non ti indicano il percorso, ma al massimo ti confermano che non hai sbagliato. “Alle pregiate zolle del profilo bisogna comunque convergere” ; è uno zigzagare di sola esperienza, di sguardi di intesa tra Teo e me, di forti sensazioni di essere a casa, ma essere comunque fuori posto, in pericolo, in prestito, in questa terra verticale di cui forse solo qualche camoscio riesce a capire l’intimo perché.
Poi ci guardiamo, Teo ed io. La cresta è lì a due passi, ma non è chiaro dove sia la via d’uscita. Teo sale d’istinto, mi precede. Poi, d’un tratto, urla: “è qui! Che spettacolo!”. Salgo anch’io frettolosamente, arrivo in cresta, mi inginocchio perché il tuffo verso la valle di Angheraz non concede errore. Davanti a noi, incredibile, El Cor; un disegno perfetto di cuore disegnato da un esile arco di pietra che incornicia, sullo sfondo, il più ardito degli spigoli : l’Agner. Quarantacinque anni dopo, da un cuore donato , un cuore restituito.
Mesi, anni, giorni, metri, la fatica e la gioia dei monti. El Cor. Il resto è storia, cercatela nelle relazioni delle Pale e leggetele con l’occhio di Buzzati che qui ha creato il suo “deserto dei tartari”.

Flavio Sperandio è il macellaio di Canale d’Agordo di via XX Agosto; Canale ha due caratteristiche, il primo di essere il paese natale di Papa Luciani, il secondo di essere stata la mia sede di vacanze estive per 54 anni. Ebbene, dietro al bancone della sua macelleria campeggia una grande fotografia de “el cor”. Lui , alpinista e cacciatore, chiede spesso agli avventori se conoscano quel luogo, ed alle espressioni incredule risponde con un sorriso beffardo, senza dare ulteriori spiegazioni.
La mattina prima di partire per il rientro di fine ferie, ho chiesto a Silvia: “dì a Flavio che siamo andati a vedere “el cor” “. L’ha fatto, ottenendo un particolare “ma, l’è esposto, l’è complicà, l’è difficile …”.
Un giorno a terra e dieci anni per mare, un giorno in montagna e dieci mesi ad aspettare di tornarvi.

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Marmolèda

Il primo a cadere sul fronte delle Dolomiti fu un giovane sui vent’ anni. Morì per mano di un altro giovane che sparò e non seppe neppure perchè lo fece. Stavano annidati su versanti opposti di una stessa vallata, erano lì per volere del destino. Ancora non si era spenta l’eco dell’Armata che partiva per costruire l’Italia … “non pianger mio tesoro forse io ritornerò ma se in battaglia moro in ciel ti rivedrò . . . ” ed eravamo di nuovo in guerra. Questa è la nostra storia, sarebbero cresciuti padri e avrebbero voluto un bene immenso ai figli ma fecero la guerra e per molti rimane un fatto inaccettabile. Cade anche la Marmolèda, in ladino, in senso metaforico. Giusto cent’anni fa le Landsturm austriache percorrevano questo lembo di ghiacciaio alla ricerca del solito impossibile, indifendibile e scomodo caposaldo attestato sotto le pendici della Serauta. Dell’incredibile città fortificata dagli austriaci nelle viscere del ghiacciaio restano solo alcuni ricordi scritti. Si sa solo che è esistita per poi svanire sotto il lento scorrimento a valle della massa di ghiaccio anch’essa, oggi ,in rapida via d’estinzione come per vendetta di chi lassù ci rimase per sempre. Cloniamo pecore ma non possiamo impedire al ghiacciaio di sciogliersi. Qui, tra queste rocce, ci sono tutte le estati di Stefano, c’è cultura . . . Marmolada di Rocca e Marmolada di Penia, l’una nel bellunese, l’altra in trentino. Nelle leggende antiche i Trusani cercavano di risalire la val Pettorina verso il Fedaja per invadere la terra degli Arimanni fassani. Ed una volta, giù a Plan Trevisan, dovettero subire una tale cocente sconfitta da lasciare a quel terreno anche un nome, “plan trusàn”, oltre che i morti. Migliaia di anni dopo, risalendo a balzi nel torrente dei Serrai di Sottoguda privo ancora di una strada, così raccontò il nonno Nando di Canale d’Agordo, gli Alpini del battaglione Belluno tornarono a ripetere la vecchia storia assaltando a Fedaja gli Standschutzen tirolesi e lasciando sul campo, anche loro, i primi morti del conflitto mondiale: 28 maggio 1915. Il percorso si snoda su neve e calcare intrisi di odio e ideali, vigliaccheria e vita, ignoranza e amore, mutilazioni e morte, soprattutto carne. Oggi è con noi un nuovo temerario, Roberto. Mai una donna, mai una gioia. Salirà con gli sci, noi con le ciaspole. La notte non è più così lunga e il torpore del sonno perduto ci mette i brividi lungo tutto il viaggio. A 2700 metri di quota, poco sopra l’arrivo della cestovia dei Fiacconi, lo spessore della nebbia assume dimensioni da fare invidia a qualunque ghiacciaio. Vi è un improvvisato check point per una gara di skialpers che ci hanno superato d’un fiato e la cui tensione agonistica lascia francamente perplessi al cospetto di quest’altare. Loro scendono, noi invece passiamo a lato e ci infiliamo in salita dentro un cielo bianco che sa di eterno . . . in basso scompare la val di Fassa. Alba e Penia, gli ultimi due paesi della valle curiosamente i due toponimi più antichi: Alb, che è addirittura nelle Alpi stesse, e Pen , fissato in una loro sezione, le Pennine. Come se lì fossero le memorie degli insediamenti più antichi della valle. Ancora più a valle erano i “cianacèi”, i canneti da cui Dolasilla prelevò le canne che si trasformarono in frecce d’argento, finchè i Trusani, che erano poi i legionari di Druso, probabilmente costruirono il Vicus per antonomasia, Vigo di Fassa . . . bastano dieci metri di distanza e ci perdiamo di vista. E così capita che lo scavallamento di una dorsale di neve appena accennata annulli l’udito oltre che la vista. Accade l’imprevisto e ti ritrovi solo, come un traliccio. Forse non sei preparato anzi certamente non lo sei, non hai studiato, come al solito e, per quanto futile e banale devi decidere da che parte andare, nessuno lo farà per te. Non esistono zone franche quando sei solo come un traliccio, per di più invisibile. Devi fare solo un passo, uno stupido passo. Di Stefano e Roberto impossibile intuirne persino le ombre. All’improvviso come un fungo misterioso si materializza il Rifugio; che sfacciata fortuna quella decisione presa a cuor pesante. Fa molto freddo. La tensione si scarica a terra, fulmini e saette, questa ferraglia umana torna a comunicare. Paura è sentirsi soli e perduti in un luogo sconosciuto sotto il tiro di un fucile nascosto chissà dove. Nel maggio del 1915 quel ragazzo che si muoveva sulla neve con una gran voglia di scivolare a valle, neppure immaginava di essere sotto tiro, che potesse accadere proprio a lui, ai suoi esuberanti vent’anni, alla sua invincibile giovinezza e un coetaneo arroccato tra le rocce convinto che mai sarebbe arrivato il momento di premere il grilletto . . .” suonò la tromba addio, l’armata se ne va, un bacio al figlio mio viva la libertà “. . . Stefano e Roberto si materializzano come inchiostro simpatico su uno sfondo di tela bianca, anche loro sono sotto il tiro micidiale . . . della mia cioccolata fondente, non si sentiranno mai soli. Ci infiliamo in un ricovero invernale di grandissimo squallore. Qui non siamo in Tirolo. Roberto ha 3 figli e non ha mollato la sua passione per la montagna, è uno di noi. Decidiamo di scendere seguendo il cumulo di neve che delimita il lato sinistro della pista. All’uscita dalla nebbia si apre uno spettacolo immenso. Transitiamo sotto la famigerata forcella a VU , Termopili contese con aspri combattimenti e scoppio reciproco di mine, addirittura una settimana dopo Caporetto, dalla quale gli Alpini del battaglione Val Cordevole
conquistarono la quota 3153 della Marmolada d’Ombretta. E poi il mitico sasso delle Undici meridiana spartiacque naturale di calcare e l’epopea di Heinz Mariacher filosofo tracciatore di salite ideali e minimaliste. Roberto si gode la meritata discesa a valle mentre le due figure a monte, complice il rialzo della temperatura, litigano con gli zoccoli di neve che si creano sotto le ciaspole e rendono impossibile la progressione, fanculo gli attrezzi. Li sfiliamo e ci lanciamo in un temerario fuori pista su piedi cancellando in una passata di spugna 35 anni di indesiderata anzianità dalle nostre spalle. Fino al lago. Birretta più che mai meritata con un brindisi ai nostri famigerati 20 continuando la tradizione dello zio di Stefano che alzava il calice pronunciando la mitica frase e non si è mai saputo a cosa o chi si riferisse. I giovani ventenni svaniti nel nulla sulle pendici di questo splendore ora siedono tutti al tavolo, qui con noi, difficile dimenticare, difficile restare indifferenti quando si è romantici e le guerre di oggi, che ci violentano i sensi, ci fanno piangere. Mario, Stefano e Roberto.
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discesa fluttuante dalla sella tra cima Roma e rocca delle Val Perse

Cima Roma

Lavarsi con acqua fredda. Lo dico sempre ai miei figli che mi guardano ogni volta basiti . . . la pelle rinfrescata del mattino regala sempre una fugace sensazione di gioventù non ancora bruciata, ciao James Dean. Questa mattina, a luci spente e in rigoroso silenzio, ho cercato di guadagnare l’uscita di casa senza schiantarmi dalle scale, non volevo interrompere il sonno dei giusti che riposano al piano di sopra. Stefano è già fuori che ascolta , aimè, rock progressive; ultimamente mi dice che dorme agitato pure lui, ecco un’altro orso che non conosce letargo. Indovinello: esprimete due parole di 4 lettere ciascuna totalmente decontestualizzate, possibilmente infarcite di retorica e altisonanti . . . Cima . . . Roma, la cerco sulla carta del mondo. Non la trovo in Molise sui monti della Meta, neppure in Abruzzo sui monti della Majella, forse sarà in Britannia oppure in Bretagna, forse sarà in Brenta. Quest’uscita era stata parcheggiata in un cassetto del comò più o meno diecimila rughe fa quando della tonicità muscolare ce ne facevamo beffa. Scorriamo la lunga provinciale della Val Sabbia con i suoi pallosissimi limiti e sconfiniamo in Trentino. Varchiamo il confine a Ponte Caffaro ed è subito un susseguirsi di strade pulite, case decorose, marciapiedi ampi e ordinati, fontanelle e giardinetti. Siamo in quello che fino a qualche decina di anni fa fu confine dell’impero austro ungarico altrimenti denominato “I regni e le terre rappresentate nel concilio imperiale e le terre della Corona di Santo Stefano”. Peccato l’orribile mausoleo di cemento armato che ci accoglie qualche kilometro più avanti, all’ingresso di Madonna di Campiglio. Funge da svincolo stradale e non pare essere opera dei discendenti dei conti di Lodron, piuttosto ci vediamo lo zampino di certa deriva Borbone. Probabilmente è stato progettato al tempo dell’edonismo Reaganiano in cui skiavano anche i disoccupati. Una bruttura consumata al cospetto delle Dolomiti di Brenta. E’ come se la sovrintendenza alle belle Arti del Louvre collocasse una cesso chimico da cantiere a fianco della Gioconda. Inopportuno. Ma noi non siamo arrivati fin qui per un dipinto italiano su cui si fanno belli i francesi dai tempi di Waterloo , nè per piagnucolare sul cemento versato. Noi non apparteniamo alla folta schiera di allenatori di calcio, siamo qui al cospetto di una cattedrale di roccia, laica e aperta al mondo intero. Saliamo sull’ovovia del Grostè corsa unica fino in cima, arrivo a quota 2500, poco più di dieci euro. E’ una splendida giornata di sole, c’è tanta neve tardiva. Ci lasciamo alle spalle la stazione sciistica e tutti i suoi rumori. Non ci sono indicazioni ma solo poche tracce, ben confuse, che si allontanano dalle piste. La vastità del terreno aperto e ondulato inquieta, un po’ come alla Fradusta (leggere relazione nel blog). Ci lasciamo cima Grostè alla nostra destra e scopriamo di essere saliti parecchio rispetto a quello che da sopra un cocuzzolo immacolato di neve sembra il percorso più logico. Maledetti predecessori. Ci spostiamo con cautela da un costone ripido e soleggiato. La pressione ambientale guadagna con prepotenza i nostri pensieri e ci stringe in una morsa, ci impone di regredire, regredire all’essenziale, fino al giorno in cui uscimmo spaesati dal grembo di nostra madre e perdemmo, nostro malgrado, la pura saggezza cullata per nove mesi nel liquido amniotico. Il sole scioglie con delicatezza il lavoro di tutto un inverno tra i nostri vagiti lontani ridimnsionando quella stagione che tanto ha ardito. In lontananza pare di scorgere la sagoma di un colosseo stilizzato con striature di roccia alternata a neve e si che non bevo da giorni per via dei trigliceridi scesi in forze dalla Gallia a depredare le mie difese. Il vento ha ammucchiato quintali di neve da una parte spelacchiando alcuni dossi dall’altra e i nostri peli invidiosi si rizzano per captare eventuali inquietanti spostamenti d’aria e di massa. In quel frangente Stefano sforna l’idea del secolo immaginando una specie di airbag che, azionato in caso di smottamento nevoso, invola in men che non si dica lo sventurato a 3 metri da terra e lo tiene sospeso in aria per un minuto. Avvierò un crowdfunding e cambierò la mia vita. Il luogo è meraviglioso, circondato da vette e canali di tutto rispetto che portano dolci nomi d’un tempo; Persech, Vallesinella, rocchetta di Val Perse, ma ci sono anche campanili senza chiese e bocchette di varia metratura e difficoltà maschie e femmine. Arriviamo sotto l’erta finale tra cumuli di neve lavorata. Superiamo il nostro Hillary Step e spianamo verso la vetta, siamo ormai con la testa tra le nuvole e i piedi ben piantati per terra mentre una coppia di skialpinisti molla gli attrezzi e ci raggiunge in vetta a 2850 metri. Speck, grana, thè, cioccolata e arance, si chiama food sharing e viaggia esclusivamente brevi manu. La coppia in effetti è un pò fighetta, sfoggia attrezzatura di tutto rispetto e decanta imprese epiche sullo scivolo del Persech ma il lago di Molveno non è lì sotto di noi, accidenti, è là in fondo all’orizzonte a malapena visibile, saranno loro i maledetti tracciatori della domenica ? Salutiamo e ci buttiamo nella neve così soffice e inconsistente, così accogliente . . . mi chiamo Mario ho 53 anni, lo so che sembro un pirla allo sbaraglio che saltella con degli strani attrezzi rossi ai piedi, ma sono sereno e Stefano lo è anche più di me e immortala uno scatto a imperitura memoria. Di queste uscite dovrà pur rimare qualcosa, un umile traccia, e se anche i pionieri di cento anni fa ebbero l’opportunità unica di arrivare per primi, noi, solo ennesimi, siamo qui con le nostre storie legati indissolubilmente a Lucy, all’uomo di Neandhertal e Oztli. A fatica digeriamo quella strana sensazione che ci colloca al centro dell’universo come se l’evoluzione si fosse fermata oggi, qui , con noi. Rientriamo ritornando sui nostri passi e infliggiamo un distacco abissale alla coppia di skialpers in evidente difficoltà sul terreno ondulato. Una volta al cospetto di cima Pietra Grande decidiamo che scenderemo a piedi fino all’auto. Cinque interminabili kilometri ai margini delle piste diretti verso i campetti di Carlo Magno, che ci fa il re dei Franchi da queste parti ? C’è tutto il tempo di sognare e fuggire da ogni omologazione, il tempo di spiazzare il manuale della perfetta prevedibilità e pianificare nuova fatica disinteressata, inutile e selvaggia. Stefano aggiunge come sempre concretezza e cultura al salato sudore della fronte citando L.Visentini . . . “sicuramente raggiunta anzitempo dai cacciatori di camosci, la rocchetta delle Val Perse – tale era la denominazione localmente accettata – venne convertita in Cima Roma il 26 Agosto 1875 nell’occasione della prima salita alpinistica, per cortigianeria nei confronti della città natale di un autorevole membro della comitiva (Giuseppe Ricci, C.Candelpergher, S. Dorigoni e Mariotti con Bonifacio Nicolussi). Mario e Stefano

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Magia della sovraesposizione

Ritorno ad Oriente – Fravort

Fravort . . . 30 valanghe dopo, la foresta di pietra si curava al suono degli Austronauti, gruppo di Salisburgo che amava gli Assoli, piccole stelle orbitanti nella sfera di Piove, il più grande di tutti i poeti. . . . e Stefano dixit : ” . . . una marea di montagne hanno il nome che richiama il concetto di “guardia” “wart”; c’è persino sopra Breno il monte “Altaguardia” per non contare le Hochwart sparse in giro per le Alpi. Casualmente i nostri Gardone Val Trompia o Gardone Riviera hanno la stessa origine. Voi sapete che qualche storico antico asseriva che i Salassi dormissero sulle cime dei monti (magari erano solo di guardia). E quando scopro che il nostro ultimo amico , il Fravort, potrebbe derivare da FrauWart (cioè la donna di Guardia) da contrapporsi al vicino Oscivart (anche lui analogo all’Hochwart di cui sopra), mi chiedo da un lato quale sia il mistero che giace sotto queste analogie e dall’altro perchè anche io abbia sbagliato mestiere” Ero sconsolato e queste parole mi hanno nutrito. Dalla confusione delle prime righe in un delirio onomatopeico alla precisione di queste ultime. Stefano cala l’asso della cultura e se proviamo per un istante ad immaginare di vivere applicando cultura là dove possibile e nella misura in cui ne siamo capaci scopriremo una strada meravigliosa che non abbandoneremo mai. Devo smettere di galleggiare come un pezzo di polistirolo alla deriva, per non dire altro, devo scendere in profondità, negli abissi. Le parole di Stefano mi costringono a uno sforzo creativo, mi inducono ad abbandonare la sicura dimora personale, mi sento ignorante. Quanto può essere piccolo il mondo osservato solo con questi due occhi. Fravort e Valle dei Mòcheni. Un nome così affascinante, così pellerossa, l’ultimo dei Moicheni, accetto la sfida. Il nostro ritorno ad Oriente ci porta in un enclave teutofona a venti chilometri da Trento, nella terra dell’irredentismo. Scopro dell’esistenza di uno scrittore mai menzionato negli anni del Liceo, Robert Musil, autore di uno dei romanzi considerati più influenti del 900, “L’uomo senza qualità”. Perchè non l’ho mai sentito nominare ? Perchè nessuno me ne ha mai parlato ? Ignorante. Egli, ufficiale di stanza in questi luoghi durante la prima guerra mondiale, ne rimase folgorato dalla bellezza. Intorno al 1300, coloni Bavaresi e Boemi scesero ad accudire le terre, chiamati dai signori Tirolesi e ivi misero radici. Dalle terra alle miniere e infine Kromeri, venditori ambulanti. Parcheggiamo in località Panarotta. Non ci crederete ma è nevicato e visto l’andazzo degli ultimi inverni questa neve miracolosa spazza via il timore che i figli dei miei figli non assaporino la gioia di calpestarla. Io Lagorai ! sta tutto nel passato remoto di Lagorare il nome di questa catena. Si parte transitando a fianco degli impianti di risalita sotto lo Chalet Panarotta che più che uno Chalet pare una casa popolare degli anni sessanta. Imbocchiamo il sentiero 325 e poco oltre le piste battute attraversiamo un vecchio tracciato dismesso e scopriamo così che anche i percorsi innevati invecchiano, come noi, e come noi vengono abbandonati non si sa bene per quale bizzarro destino. Spetta a sognatori, ciaspolatori e scialpinisti restituirgli una seconda gagliarda giovinezza. In breve raggiungiamo la località le Basse, bel pianoro posto a 1800 metri di quota. Ci inerpichiamo fino all’anticima del Fravort e poi ci separiamo in silenzio, quasi senza accorgecene, assorti ciascuno nella propria andatura, io sul crinale di sinistra, Stefano sul fianco destro, attacchiamo l’ultima salita . . . a metà marzo del 1916 furono effettuate le prime sortite contro gli avversari, con stillicidio di uomini, soprattutto dei “volontari esploratori”, ribattezzato “compagnia della morte”, comandati dal generale Baseggio.I giorni 4, 5, 6 aprile furono giorni di durissimo combattimento, di assalti alla baionetta, di duelli corpo a corpo; le truppe italiane furono infine ricacciate sulle loro posizioni di partenza. La “compagnia della morte” contò 146 perdite su un totale di 200 effettivi e scrisse qui la sua ultima e assurda pagina di sangue . . . siamo sopra i baraccamenti di cima Fravort a 2400. C’è una luce accecante e gli scialpinisti crescono come funghi. Scatto una fotografia con il telefonino che, per effetto di una casuale sovraesposizione, pare rubata in paradiso. Brindiamo ai nostri perduti 20. Siamo in anticipo sui tempi. Tornati alle Basse decidiamo di allungarci verso cima Panarotta, vero caposaldo Austriaco del trincerone che correva lungo tutta la catena del Lagorai e dalla cima del quale un paio di batterie di cannoni tambureggiavano le prime linee italiane. Il pendio è in controluce e la neve torna soffice. In mezzo ai tralicci della vetta campeggia una croce di guerra in ferro arrugginito “in Gedenken an unsere Tiroler Standschutzen” in ricordo dei nostri Standschutzen, proprio in quel momento per una strana coincidenza un gruppo di ragazzi ci incrocia e chiede conforto, parlano con un accento affascinante, sono Siculi . . . Standschutzen e Siculi, uniti sotto lo stesso cielo azzurro, “ in Gedenken allen Jungen “ in ricordo di tutti i ragazzi. In auto decidiamo di spiluccare gran parte della valle dei Mòcheni e ci allunghiamo nel cuore tedesco dell’enclave per poi ridiscendere dal passo di Redebus verso l’autostrada del Brennero. Il sole incanta l’asfalto dei tornanti, noi pensiamo già alla prossima uscita, forse i Laghi di Erdemolo, forse ghiaccio, mentre uno scampolo di primavera fa le scarpe all’inverno . . . ” negli anni della maturità pochi uomini sanno, in fondo, come son giunti a se stessi, ai propri piaceri, alla propria concezione del mondo, alla propria moglie, al proprio carattere e mestiere e loro conseguenze, ma sentono di non poter più cambiare di molto. Si potrebbe sostenere persino, che sono stati ingannati; infatti è impossibile scoprire una ragione sufficiente per cui tutto sia andato proprio così come è andato; avrebbe anche potuto andare diversamente; essi hanno influito pochissimo sugli avvenimenti, che per lo più sono dipesi da circostanze svariate, dall’umore, dalla vita, dalla morte di tutt’altri individui; e solo in quel dato momento si sono abbattuti su di loro. Quand’erano giovani la vita si stendeva loro dinanzi come un mattino senza fine, colmo di possibilità e di nulla, e già al meriggio ecco giungere all’improvviso qualcosa che pretende di essere ormai la loro vita . . . e non hanno più che un ricordo confuso della giovinezza, quando c’era in loro qualcosa come una forza opposta . . .” (Robert Musil). Mario e Stefano

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Aralalta verso il Pizzo dei Baciamorti

Aralalta

E’ un beato angelico pomeriggio in un luminoso Sabato del villaggio e io sono ancora vivo. Negli anni 70, ai tempi della scuola media, il Sabato pomeriggio era il giorno dedicato al bagno, la mamma non transigeva, pulirsi bene dietro le orecchie. Quel profumo di sapone Rexona è oggi evaporato irrimediabilmente e sulla pelle persiste coriacea una lucida patina di fancazzismo creativo che da cinquant’anni tocca il suo apice proprio il pomeriggio di ogni benedetto Sabato. Saranno state le prove di apnea prolungata nella vasca da bagno non ancora finite. Mi siedo al PC e, badate bene ho detto PC, randomizzo una selezione musicale che ha l’arduo compito di guidarmi nella ricerca della felicità e un brano dista dal successivo come il Polo Nord dal Polo Sud, diciamo . . di Polo in frasca, con tanti cari saluti alle audio cassette. Aralalta ! Aralalta ! Rileggo l’urlo di battaglia di Stefano e cerco ispirazione da suoni Tuareg, “Le chant des fauves”, Tinariwen. Che strana coincidenza; nell’inverno più asciutto degli ultimi cent’anni, mentre mi accingo a relazionare la nostra uscita, l’amico Random seleziona una musica sperduta al di là dell’Atlante marocchino. Aralalta! Atalanta! Atlante! eppure non c’è traccia di sabbia all’orizzonte. Risaliamo i meandri della Val Taleggio tra fiumi di latte e caglio ed erbe mediche e foraggio. Parcheggiamo nei pressi della località Quindicina nel comune di Taleggio poco prima che termini la strada e ci incamminiamo sotto un gelido sole. Niente ciaspole al seguito, se ne stanno in letargo nella rimessa degli attrezzi. La terra è del colore della terra e l’erba pure, davanti a noi una giovane coppia, lui trasporta nello zaino uno strano tubo nero lunghissimo. Li superiamo. Il paesaggio lentamente si apre, il bosco dirada, l’orizzonte si allontana. A 1500 metri entriamo di colpo nel regno incontrastato del ghiaccio. Proseguiamo con cautela leggeri come crotali sulle dune, transitiamo dal rifugio Gherardi e poi dal Battisti. Ci fermiamo su un tratto veramente ingestibile, Stefano ha con se dei ramponcini a calzata rapida io invece le classiche zanne da traversata che una volta indossate aggiungono quel bel ghigno agli scarponi sempre troppo austeri. Fischia il vento ! Le istruzioni da tasca per il montaggio delle mie zanne se ne volano via verso valle e blocco sul nascere il generoso scatto di Stefano per acchiapparle. Troppo pericoloso ! Ti saluto maledetto opuscoletto, non ti ho mai letto, sopravviverò anche senza di te. Giornata magnifica. Indossare i ferri da ghiaccio mi gasa come non accadeva da tempo e mi sento come quel bambino che ha appena trovato una palla abbandonata in un cortile. Progrediamo in sicurezza, il vento ci fa il solletico, il ghiaccio ci fa ridere. Superiamo la bocchetta di Regadur e raggiungiamo un immacolato altopiano con al centro l’isolata malga Cabretondo. Idillio totale, mandatemi il curriculum vitae dell’ l’Art Director di tutto questo, gli trovo un impiego a tempo indeterminato e fine della crisi. Poco oltre la malga il pendio si inerpica fin verso la cima dell’Aralalta. Superato il primo strappo ci portiamo in cresta e manco a dirlo il vento si incazza. E’ irregolare e soffia come e quanto gli pare e noi siamo bandieruole che ondeggiano senza ideali. Dalla cima proseguiamo sul fil di cresta per raggiungere una Madonnina che in lontananza segnala il Pizzo dei Baciamorti. L’esperto di toponomastica accenna alle origini del nome, miniere, morchier, defunti portati fino al passo, che porta lo stesso nome, per un ultimo estremo bacio, aiuto ! A dieci metri dalla Vergine alcune folate bastarde mi buttano quasi a terra, istintivamente mi rannicchio e mi giro verso Stefano che sopraggiunge, cerco il suo conforto e non so perché mi viene in mente il racconto della sgroppata con Giovanni, partenza da Brescia in Autobus, infinita traversata a piedi Valtrompia Valcamonica e rientro col trenino della Valle, loro veri antesignani di ogni “camino“ del mondo mentre io ancora giocavo a tennis contro il muro e perdevo sempre. Mi supera, avanza tenace, raggiunge quel miraggio di Femmina seppur santa e si inginocchia per proteggersi dal vento. Mi perdo la foto del secolo. Il maestro di cerimonia del Tè genuflesso sotto la Madonna del Pizzo dei Baciamorti con schegge di ghiaccio sospese nell’aria che riflettono la luce del sole. Apparizione, visione, veggenza. C’è il tempo solo per la classica testata che sempre ci scambiamo sulla vetta, sono passati 12 anni dalla prima uscita insieme in Grigna, allora perfetti sconosciuti, oggi libri aperti nella buriana… il Burian, scappiamo ! Col cavolo che chiuderemo l’ anello infilandoci nella gola ombrosa sotto al passo dei Baciamorti, aria, spazio, luce, ghiaccio vogliamo fare indigestione di nuda bellezza, magari tenteremo il Sodadura, ahi quanto a dir qual era è Sodadura . . . Siamo in un plastico di ghiaccio eroi di pongo così piccoli e sorridenti. Il Sodadura non ci stà, incrostato, ripido, battuto da folate di vento che salgono dalle viscere dell’inferno direttamente sulle sue pendici e siamo senza piccozze, teniamo famiglia, alpinisti chi vi paga ? Il tentativo a vuoto ci porta ad Ovest ben oltre il rifugio in direzione dei piani di Artavaggio, decidiamo di rientrare cercando di incrociare una traccia che certamente sale da quella località. Lungo traversone e infine sosta al sole sulle panchine del Gherardi. Mettiamo a nanna i ferri da ghiaccio finalmente soddisfatti. Chissà se sogneranno ancora le gemelle Ciaspole così affascinanti nella rimessa degli attrezzi, chissà se sogneranno il coup de foudre, l’amore a prima vista. Beati voi, ferri da ghiaccio, che dovete ancora innamorarvi.
Mario e Stefano

(Tutte le foto)

Classicissima salita della Bergamasca ben relazionata sulla rete. Bella oltre ogni aspettativa in barba alla quota contenuta (2000 metri). Prestare attenzione al traverso che poco oltre il rifugio Battisti porta alla bocchetta di Regadur; in caso di annate nevose pendio a rischio scariche. Negli inverni senza neve è richiesta familiarità con attrezzatura da ghiaccio, in particolare calzata e progressione con ramponi. Bastoncini obbligatori.