discesa fluttuante dalla sella tra cima Roma e rocca delle Val Perse

Cima Roma

Lavarsi con acqua fredda. Lo dico sempre ai miei figli che mi guardano ogni volta basiti . . . la pelle rinfrescata del mattino regala sempre una fugace sensazione di gioventù non ancora bruciata, ciao James Dean. Questa mattina, a luci spente e in rigoroso silenzio, ho cercato di guadagnare l’uscita di casa senza schiantarmi dalle scale, non volevo interrompere il sonno dei giusti che riposano al piano di sopra. Stefano è già fuori che ascolta , aimè, rock progressive; ultimamente mi dice che dorme agitato pure lui, ecco un’altro orso che non conosce letargo. Indovinello: esprimete due parole di 4 lettere ciascuna totalmente decontestualizzate, possibilmente infarcite di retorica e altisonanti . . . Cima . . . Roma, la cerco sulla carta del mondo. Non la trovo in Molise sui monti della Meta, neppure in Abruzzo sui monti della Majella, forse sarà in Britannia oppure in Bretagna, forse sarà in Brenta. Quest’uscita era stata parcheggiata in un cassetto del comò più o meno diecimila rughe fa quando della tonicità muscolare ce ne facevamo beffa. Scorriamo la lunga provinciale della Val Sabbia con i suoi pallosissimi limiti e sconfiniamo in Trentino. Varchiamo il confine a Ponte Caffaro ed è subito un susseguirsi di strade pulite, case decorose, marciapiedi ampi e ordinati, fontanelle e giardinetti. Siamo in quello che fino a qualche decina di anni fa fu confine dell’impero austro ungarico altrimenti denominato “I regni e le terre rappresentate nel concilio imperiale e le terre della Corona di Santo Stefano”. Peccato l’orribile mausoleo di cemento armato che ci accoglie qualche kilometro più avanti, all’ingresso di Madonna di Campiglio. Funge da svincolo stradale e non pare essere opera dei discendenti dei conti di Lodron, piuttosto ci vediamo lo zampino di certa deriva Borbone. Probabilmente è stato progettato al tempo dell’edonismo Reaganiano in cui skiavano anche i disoccupati. Una bruttura consumata al cospetto delle Dolomiti di Brenta. E’ come se la sovrintendenza alle belle Arti del Louvre collocasse una cesso chimico da cantiere a fianco della Gioconda. Inopportuno. Ma noi non siamo arrivati fin qui per un dipinto italiano su cui si fanno belli i francesi dai tempi di Waterloo , nè per piagnucolare sul cemento versato. Noi non apparteniamo alla folta schiera di allenatori di calcio, siamo qui al cospetto di una cattedrale di roccia, laica e aperta al mondo intero. Saliamo sull’ovovia del Grostè corsa unica fino in cima, arrivo a quota 2500, poco più di dieci euro. E’ una splendida giornata di sole, c’è tanta neve tardiva. Ci lasciamo alle spalle la stazione sciistica e tutti i suoi rumori. Non ci sono indicazioni ma solo poche tracce, ben confuse, che si allontanano dalle piste. La vastità del terreno aperto e ondulato inquieta, un po’ come alla Fradusta (leggere relazione nel blog). Ci lasciamo cima Grostè alla nostra destra e scopriamo di essere saliti parecchio rispetto a quello che da sopra un cocuzzolo immacolato di neve sembra il percorso più logico. Maledetti predecessori. Ci spostiamo con cautela da un costone ripido e soleggiato. La pressione ambientale guadagna con prepotenza i nostri pensieri e ci stringe in una morsa, ci impone di regredire, regredire all’essenziale, fino al giorno in cui uscimmo spaesati dal grembo di nostra madre e perdemmo, nostro malgrado, la pura saggezza cullata per nove mesi nel liquido amniotico. Il sole scioglie con delicatezza il lavoro di tutto un inverno tra i nostri vagiti lontani ridimnsionando quella stagione che tanto ha ardito. In lontananza pare di scorgere la sagoma di un colosseo stilizzato con striature di roccia alternata a neve e si che non bevo da giorni per via dei trigliceridi scesi in forze dalla Gallia a depredare le mie difese. Il vento ha ammucchiato quintali di neve da una parte spelacchiando alcuni dossi dall’altra e i nostri peli invidiosi si rizzano per captare eventuali inquietanti spostamenti d’aria e di massa. In quel frangente Stefano sforna l’idea del secolo immaginando una specie di airbag che, azionato in caso di smottamento nevoso, invola in men che non si dica lo sventurato a 3 metri da terra e lo tiene sospeso in aria per un minuto. Avvierò un crowdfunding e cambierò la mia vita. Il luogo è meraviglioso, circondato da vette e canali di tutto rispetto che portano dolci nomi d’un tempo; Persech, Vallesinella, rocchetta di Val Perse, ma ci sono anche campanili senza chiese e bocchette di varia metratura e difficoltà maschie e femmine. Arriviamo sotto l’erta finale tra cumuli di neve lavorata. Superiamo il nostro Hillary Step e spianamo verso la vetta, siamo ormai con la testa tra le nuvole e i piedi ben piantati per terra mentre una coppia di skialpinisti molla gli attrezzi e ci raggiunge in vetta a 2850 metri. Speck, grana, thè, cioccolata e arance, si chiama food sharing e viaggia esclusivamente brevi manu. La coppia in effetti è un pò fighetta, sfoggia attrezzatura di tutto rispetto e decanta imprese epiche sullo scivolo del Persech ma il lago di Molveno non è lì sotto di noi, accidenti, è là in fondo all’orizzonte a malapena visibile, saranno loro i maledetti tracciatori della domenica ? Salutiamo e ci buttiamo nella neve così soffice e inconsistente, così accogliente . . . mi chiamo Mario ho 53 anni, lo so che sembro un pirla allo sbaraglio che saltella con degli strani attrezzi rossi ai piedi, ma sono sereno e Stefano lo è anche più di me e immortala uno scatto a imperitura memoria. Di queste uscite dovrà pur rimare qualcosa, un umile traccia, e se anche i pionieri di cento anni fa ebbero l’opportunità unica di arrivare per primi, noi, solo ennesimi, siamo qui con le nostre storie legati indissolubilmente a Lucy, all’uomo di Neandhertal e Oztli. A fatica digeriamo quella strana sensazione che ci colloca al centro dell’universo come se l’evoluzione si fosse fermata oggi, qui , con noi. Rientriamo ritornando sui nostri passi e infliggiamo un distacco abissale alla coppia di skialpers in evidente difficoltà sul terreno ondulato. Una volta al cospetto di cima Pietra Grande decidiamo che scenderemo a piedi fino all’auto. Cinque interminabili kilometri ai margini delle piste diretti verso i campetti di Carlo Magno, che ci fa il re dei Franchi da queste parti ? C’è tutto il tempo di sognare e fuggire da ogni omologazione, il tempo di spiazzare il manuale della perfetta prevedibilità e pianificare nuova fatica disinteressata, inutile e selvaggia. Stefano aggiunge come sempre concretezza e cultura al salato sudore della fronte citando L.Visentini . . . “sicuramente raggiunta anzitempo dai cacciatori di camosci, la rocchetta delle Val Perse – tale era la denominazione localmente accettata – venne convertita in Cima Roma il 26 Agosto 1875 nell’occasione della prima salita alpinistica, per cortigianeria nei confronti della città natale di un autorevole membro della comitiva (Giuseppe Ricci, C.Candelpergher, S. Dorigoni e Mariotti con Bonifacio Nicolussi). Mario e Stefano

(Tutte le foto)

Bocchette-Alte-in-evidenza

Ferrata Bocchette Alte

Ferrata Bocchette Alte (gruppo del Brenta)

Partenza ore 3.30 da Brescia. Direzione Madonna di Campiglio. Complici gli impietosi limiti di velocità
insensibili al vuoto che riempie le strade nella notte, impieghiamo due ore abbondanti per arrivare al parcheggio del rifugio Vallesinella. E’ ancora notte e la nuvolaglia che copre i dintorni contribuisce a scurire il buio naturale che appare impenetrabile. Ci incamminiamo alle 6, transitiamo dal rifugio Casinei alle 6 e 30 e proseguiamo per il sentiero basso, direzione rifugio Tuckett. Arriviamo alle 7. Alle spalle del rifugio ci aspetta un lungo nevaio ghiacciato,  siamo entrambi privi di ramponi  pertanto decidiamo di attraversarlo gradinando con la piccozza la neve indurita dal freddo della notte. Valutiamo meno rischioso salire  mani e piedi su cenge e sfasciumi che portano alla quota d’attacco del sentiero attrezzato. Posso dire che di tutto il giro questa sarà la parte più impegnativa e insidiosa, gli sfasciumi sono veramente tali e alcuni placche orizzontali presentano insidioso ghiaccio trasparente. Iniziamo il tratto attrezzato alle 8 e 15 circa. Il sole si è impadronito del cielo e l’aria è limpida e sottile.
La traversata delle Bocchette Alte è veramente spettacolare, un serpente che si snoda in mezzo a un dedalo di blocchi di dolomia che tracciano la storia del nostro alpinismo. Molte, forse troppe, scalette, comunque fantastico. Tocchiamo il punto più alto sullo spallone dei Massodi e imbocchiamo la discesa optando per il giro più ampio direzione bocchette centrali anzichè la più diretta discesa attrezzata del sentiero Oliva che però finisce su un altro consistente nevaio in ombra, meglio evitare. Siamo all’Alimonta alle 11 e 30, ci gustiamo un fantastico panino gorgo/crudo/pomodori con un filo d’olio e poi iniziamo la lunga discesa Alimonta / Brentei / Casinei / Vallesinella. Siamo al’auto alle 14.
Giro vietato a chi soffre il vuoto e il dislivello. Per non incorrere in sorprese ideale avere piccozza, ramponi set da ferrata, casco, guanti se si hanno mani delicate, noi abbiamo preferito le pedule basse. (tutte le foto)

Mario e Stefano