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Becco di Filadonna

Sono convinto che tutta la mia innata inconcludenza, ma pure le passioni, siano germogliate in quel coacervo di fantasia, studio e pruriti sessuali che furono gli anni delle Superiori, ormai sepolti da quattro decadi che paiono millenni. Eppure ho involontariamente rimosso gran parte dei dettagli di quel periodo meraviglioso. Lo penso mentre salgo con Stefano verso il Becco di Filadonna, nome superbo, propaggine di
puro calcare che emerge dall’altipiano di Folgaria in direzione della Valsugana e del lago di Caldonazzo. Se devo riassumere un quinquennio in una sola parola, scelgo Movimento ! è e resterà per sempre un termometro di gioventù e confido nella bellezza dei luoghi per un rinnovato slancio di impulso giovanile nel cuore di questo millenario avamposto Cimbro. Fino a metà del secolo scorso da queste parti resisteva una parlata volgare di radici tedesco bavaresi denominata “Slambrot”. Che colpo al cuore. In dialetto bresciano Slambrot sta a significare di una persona grossolana priva di senso pratico e la pronunciava sempre la signora Gina del quarto piano, in Via Cremona; “ta set en slambrutù” diceva quando risalivo dal cortile lercio di sudore, sangue e sbucciature. Stigmate di indimenticabili partitelle a calcio, due contro tre, tre contro quattro, sempre dispari, a pallonate contro le serrande dei garage. Arriviamo a Passo Sommo. Non molti anni fa da queste parti frotte di mountain bikers si litigavano l’unico parcheggio per poi avventurarsi sulle meravigliose sterrate militari e non, arrivate intatte fino a noi. Oggi in quello stesso parcheggio non si vede neppure l’ombra di un’ auto, solo un grosso cartello che mostra la faccia di un tizio felice per aver colpito una pallina di plastica con una mazza. La chiamavano Cento Kilometri dei Forti perchè lungo le forestali idilliache resistono i resti di alcuni forti AustroUngarici e Italiani che conservano immutato quell’alone di spiritualità altrove sparito. Il solo pronunciarla evocava avventura. Oggi qualche lungimirante marketing manager ha preferito puntare tutto sulla pubblicità di 18 buchi nell’erba che, francamente, percepisco come 18 buchi nell’acqua; sterile declino italico. Della mia Maturità conservo intatto un solo grande unico ricordo onnicomprensivo, una fitta trama ordita di volti e storie, una matassa intricata che non so dipanare, senza un perché. E’ mancata l’ambizione e, quando si è presentata un’occasione qualunque, l’ho sempre gettata al vento preferendo deviare vigliaccamente verso musica, avventura e idiozia, in senso lato e inversamente proporzionale. Lo spunto di questa relazione parte da alcune considerazioni circolate nel nostro gruppo di what’s up. L’occasione l’ha servita la lettura del bellissimo libro intitolato “Il sistema periodico” di Primo Levi. Nel capitolo “Ferro” Levi racconta gli anni del ginnasio, le sue amicizie, la promulgazione delle leggi razziali, i mutamenti sociali. Conoscendo i volponi del gruppo ho condiviso un passaggio che mi aveva trafitto il cuore e This-livello ha saputo immediatamente coglierne l’essenza e rilanciare con un episodio risalente ai suoi anni del Liceo, quarant’anni fa. Stefano e Giovanni, compagni di classe ” . . . tu forse non ricordi, ma un giorno, mentre ci stavamo intrattenendo in discussioni filosofiche durante le ore di Italiano, ci siamo scambiati due frasi; la tua, “chi mira al sole colpirà sempre più in alto di chi mira a un cespuglio”, la mia, “non sprecare dardi nel cercare di colpire invano il comandante del tuo nemico, che è lontano, colpisci uno ad uno i nemici che ti sono più appresso” , noi non lo sapevamo ma stavamo enunciando la nostra filosofia di vita . . .” per me, come credo per Giovanni, Stefano e Giuseppe, gli anni delle Superiori sono stati culmine di infuocata e rigogliosa esistenza, fioritura di pianta rampicante che credevamo essere sempreverde, sbagliando. In queste verità lapidarie da diciottenni d’assalto leggo il percorso differente delle loro vite, un chiaro e diverso modo di spendersi. Sembra quasi di respirare la stessa aria di quella V maiuscola e rivivere il pallido colore delle pareti in aula, in fondo al corridoio del Calini, l’ultima di cinque stanze, e poi la vita. Imbarazza la precisione e la puntualità del ricordo ed io che fatico a recuperare il nome e cognome di tutti i miei compagni. A proposito, in questa storia io ero quello che limonava durante la ricreazione con la ragazza che sarebbe poi diventata lo donna della vita. Proprio di fronte al ristoro collocato sul passo Sommo parte la sterrata che dovremo imboccare. Sbagliamo il bivio mal segnalato verso l’ex rifugio Paradiso e poco oltre Stefano drizza le antenne, la sua mente è un sestante da navigazione collocato a mille metri d’altezza, è un uomo che si è fatto drone per noi. Insieme decidiamo che salendo da quel fantastico prato ingiallito di stagione andremo comunque ad acchiappare la cresta e quindi ricongiungerci con il sentiero ufficiale. La salita non è mai dura e passiamo dal prato al bosco misto e poi al calcare e ai pinetti mughi, ricorda la mia adorata Majella. Arriviamo al monte Cornetto segnalato da una strana scultura che fonde sci e bastoncini per assumere la parvenza di una croce. Diciamo un laico tentativo di segnalare una cima. Da qui il Becco di Filadonna richiede più di due ore e quando iniziamo a pestare la neve avviene l’incontro che non ti aspetti , l’incontro ravvicinato del Terzo becco. Un camoscio fa capolino tra i pini mughi, altri due zampettano poco sopra di lui, sono ancora distratti dal mattino e quasi non si accorgono di questi due esseri umani che procedono silenziosi nella neve, la magia dura il tempo utile per catturare un paio di scatti. L’incontro con vite selvatiche altre da noi ha sempre il potere di farci tornare bambini, felici come uova di Pasqua. Scusate amici se passiamo sulla vostra strada mentre state facendo colazione, loro accettano le nostre scuse e si eclissano veloci come il vento a rotta di collo, giù per il pendio, cinquecento metri più in basso, scomparendo chissà dove. Cresce inesorabile la nostra voglia di essere civilmente inselvatichiti. Nel tempo del tutto che si concede a chiunque, avanza imperioso il vuoto di una sola singola esistenza incapace di competere con questa sarabanda dei desideri. E allora vale oro colato l’imprevisto che ci siamo regalati abbandonando la traccia, è impagabile l’emozione che non deriva da un desiderio realizzato ma dalla pura e semplice azione istintiva, linfa vitale per i muscoli, grasso che cola per il cervello. Io credo che saranno queste deviazioni di percorso a restare maggiormente impresse nella nostra memoria, tutto ciò che in qualche modo è sfuggito alla meticolosa preparazione della gita, momento comunque cardine e diversamente appagante di menti Natural Born Wild. Raggiungiamo in sequenza il Becco di Filadonna e poi la Vigolana collocata proprio sopra il bivacco che porta il suo nome. Incrociamo 3 Cimbre aggressive e motivate con cane al seguito e confabuliamo con loro qualche utile indicazione in uno slang irripetibile, ripartiamo. C’è neve e appena sopra di essa emergono silenziosi rami di mugo spezzati e adagiati come cavalli di frisia in una luce surreale sotto un cielo terso. Sono con il mio amico Stefano, abbiamo visioni comuni e opinioni fortunatamente differenti, siamo quello che siamo, alla luce del sole. C’è qualcosa anche di noi e della nostra amicizia in questo passaggio di magnifica e struggente verità che umilmente mi permetto di proporre “. . . Sandro sembrava fatto di ferro, ed era legato al ferro da una parentela antica: i padri dei suoi padri, mi raccontò, erano stati calderai (“magnìn”) e fabbri (“fré”) delle valli canavesane, fabbricavano chiodi sulla sforgia a carbone, cerchiavano le ruote dei carri col cerchione rovente, battevano la lastra fino a che diventavano sordi (…)
“Dôma, neh?” mi disse un giorno, a febbraio: nel suo linguaggio, voleva dire che, essendo buono il tempo, avremmo potuto partire alla sera per l’ascensione invernale del Dente di M’, che da qualche settimana era in programma. Dormimmo in una locanda e partimmo il giorno dopo, non troppo presto, ad un’ora imprecisata (Sandro non amava gli orologi: ne sentiva il tacito continuo ammonimento come un’intrusione arbitraria); ci cacciammo baldanzosamente nella nebbia, e ne uscimmo verso la una, in uno splendido sole, e sul crestone di una cima che non era quella buona. Allora io dissi che avremmo potuto ridiscendere di un centinaio di metri, traversare a mezza costa e risalire per il costone successivo: o meglio ancora, già che c’eravamo, continuare a salire ed accontentarci della cima sbagliata, che tanto era solo quaranta metri più bassa dell’altra; ma Sandro, con splendida malafede, disse in poche sillabe dense che stava bene per la mia ultima proposta, ma che poi, “per la facile cresta nord-ovest” (era questa una sarcastica citazione dalla già nominata guida del Cai) avremmo raggiunto ugualmente, in mezz’ora, il Dente di M’; e che non valeva la pena di avere vent’anni se non ci si permetteva il lusso di sbagliare strada. La facile cresta doveva bene essere facile, anzi elementare, d’estate, ma noi la trovammo in condizioni scomode. La roccia era bagnata sul versante al sole, e coperta di vetrato nero su quello in ombra; fra uno spuntone e l’altro c’erano sacche di neve fradicia dove si affondava fino alla cintura. Arrivammo in cima alle cinque, io tirando l’ala da far pena, Sandro in preda ad un’ilarità sinistra che io trovavo irritante.

– E per scendere?

– Per scendere vedremo, – rispose; ed aggiunse misteriosamente: – Il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso -. Bene, la gustammo, la carne dell’orso, nel corso di quella notte, che trovammo lunga. Scendemmo in due ore, malamente aiutati dalla corda, che era gelata: era diventato un maligno groviglio rigido che si agganciava a tutti gli spuntoni, e suonava sulla roccia come un cavo da teleferica. Alle sette eravamo in riva a un laghetto ghiacciato, ed era buio. Mangiammo il poco che ci avanzava, costruimmo un futile muretto a secco dalla parte del vento e ci mettemmo a dormire per terra, serrati l’uno contro l’altro. Era come se anche il tempo si fosse congelato; ci alzavamo ogni tanto in piedi per riattivare la circolazione, ed era sempre la stessa ora: il vento soffiava sempre, c’era sempre uno spettro di luna, sempre allo stesso punto del cielo, e davanti alla luna una cavalcata fantastica di nuvole stracciate, sempre uguale. Ci eravamo tolte le scarpe, come descritto nei libri di Lammer cari a Sandro, e tenevamo i piedi nei sacchi; alla prima luce funerea, che pareva venire dalla neve e non dal cielo, ci levammo con le membra intormentite e gli occhi spiritati per la veglia, la fame e la durezza del giaciglio: e trovammo le scarpe talmente gelate che suonavano come campane, e per infilarle dovemmo covarle come fanno le galline.

Ma tornammo a valle coi nostri mezzi, e al locandiere, che ci chiedeva ridacchiando come ce la eravamo passata, e intanto sogguardava i nostri visi stralunati, rispondemmo sfrontatamente che avevamo fatto un’ottima gita, pagammo il conto e ce ne andammo con dignità. Era questa, la carne dell’orso: ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino.

Perciò sono grato a Sandro per avermi messo coscientemente nei guai, in quella ed in altre imprese insensate solo in apparenza, e so con certezza che queste mi hanno servito più tardi.

Non hanno servito a lui, o non a lungo. Sandro era Sandro Delmastro, il primo caduto del Comando Militare Piemontese del Partito d’Azione. Dopo pochi mesi di tensione estrema, nell’aprile del 1944 fu catturato dai fascisti, non si arrese e tentò la fuga dalla Casa Littoria di Cuneo. Fu ucciso, con una scarica di mitra alla nuca, da un mostruoso carnefice-bambino, uno di quegli sciagurati sgherri di quindici anni che la repubblica di Salò aveva arruolato nei riformatori. Il suo corpo rimase a lungo abbandonato in mezzo al viale, perché i fascisti avevano vietato alla popolazione di dargli sepoltura.

Oggi so che è un’impresa senza speranza rivestire un uomo di parole, farlo rivivere in una pagina scritta: un uomo come Sandro in specie. Non era uomo da raccontare né da fargli monumenti, lui che dei monumenti rideva: stava tutto nelle azioni, e, finite quelle, di lui non resta nulla; nulla se non parole, appunto” (Primo Levi – Il sistema Periodico)

Mario

(Tutte le foto)