Magia della sovraesposizione

Ritorno ad Oriente – Fravort

Fravort . . . 30 valanghe dopo, la foresta di pietra si curava al suono degli Austronauti, gruppo di Salisburgo che amava gli Assoli, piccole stelle orbitanti nella sfera di Piove, il più grande di tutti i poeti. . . . e Stefano dixit : ” . . . una marea di montagne hanno il nome che richiama il concetto di “guardia” “wart”; c’è persino sopra Breno il monte “Altaguardia” per non contare le Hochwart sparse in giro per le Alpi. Casualmente i nostri Gardone Val Trompia o Gardone Riviera hanno la stessa origine. Voi sapete che qualche storico antico asseriva che i Salassi dormissero sulle cime dei monti (magari erano solo di guardia). E quando scopro che il nostro ultimo amico , il Fravort, potrebbe derivare da FrauWart (cioè la donna di Guardia) da contrapporsi al vicino Oscivart (anche lui analogo all’Hochwart di cui sopra), mi chiedo da un lato quale sia il mistero che giace sotto queste analogie e dall’altro perchè anche io abbia sbagliato mestiere” Ero sconsolato e queste parole mi hanno nutrito. Dalla confusione delle prime righe in un delirio onomatopeico alla precisione di queste ultime. Stefano cala l’asso della cultura e se proviamo per un istante ad immaginare di vivere applicando cultura là dove possibile e nella misura in cui ne siamo capaci scopriremo una strada meravigliosa che non abbandoneremo mai. Devo smettere di galleggiare come un pezzo di polistirolo alla deriva, per non dire altro, devo scendere in profondità, negli abissi. Le parole di Stefano mi costringono a uno sforzo creativo, mi inducono ad abbandonare la sicura dimora personale, mi sento ignorante. Quanto può essere piccolo il mondo osservato solo con questi due occhi. Fravort e Valle dei Mòcheni. Un nome così affascinante, così pellerossa, l’ultimo dei Moicheni, accetto la sfida. Il nostro ritorno ad Oriente ci porta in un enclave teutofona a venti chilometri da Trento, nella terra dell’irredentismo. Scopro dell’esistenza di uno scrittore mai menzionato negli anni del Liceo, Robert Musil, autore di uno dei romanzi considerati più influenti del 900, “L’uomo senza qualità”. Perchè non l’ho mai sentito nominare ? Perchè nessuno me ne ha mai parlato ? Ignorante. Egli, ufficiale di stanza in questi luoghi durante la prima guerra mondiale, ne rimase folgorato dalla bellezza. Intorno al 1300, coloni Bavaresi e Boemi scesero ad accudire le terre, chiamati dai signori Tirolesi e ivi misero radici. Dalle terra alle miniere e infine Kromeri, venditori ambulanti. Parcheggiamo in località Panarotta. Non ci crederete ma è nevicato e visto l’andazzo degli ultimi inverni questa neve miracolosa spazza via il timore che i figli dei miei figli non assaporino la gioia di calpestarla. Io Lagorai ! sta tutto nel passato remoto di Lagorare il nome di questa catena. Si parte transitando a fianco degli impianti di risalita sotto lo Chalet Panarotta che più che uno Chalet pare una casa popolare degli anni sessanta. Imbocchiamo il sentiero 325 e poco oltre le piste battute attraversiamo un vecchio tracciato dismesso e scopriamo così che anche i percorsi innevati invecchiano, come noi, e come noi vengono abbandonati non si sa bene per quale bizzarro destino. Spetta a sognatori, ciaspolatori e scialpinisti restituirgli una seconda gagliarda giovinezza. In breve raggiungiamo la località le Basse, bel pianoro posto a 1800 metri di quota. Ci inerpichiamo fino all’anticima del Fravort e poi ci separiamo in silenzio, quasi senza accorgecene, assorti ciascuno nella propria andatura, io sul crinale di sinistra, Stefano sul fianco destro, attacchiamo l’ultima salita . . . a metà marzo del 1916 furono effettuate le prime sortite contro gli avversari, con stillicidio di uomini, soprattutto dei “volontari esploratori”, ribattezzato “compagnia della morte”, comandati dal generale Baseggio.I giorni 4, 5, 6 aprile furono giorni di durissimo combattimento, di assalti alla baionetta, di duelli corpo a corpo; le truppe italiane furono infine ricacciate sulle loro posizioni di partenza. La “compagnia della morte” contò 146 perdite su un totale di 200 effettivi e scrisse qui la sua ultima e assurda pagina di sangue . . . siamo sopra i baraccamenti di cima Fravort a 2400. C’è una luce accecante e gli scialpinisti crescono come funghi. Scatto una fotografia con il telefonino che, per effetto di una casuale sovraesposizione, pare rubata in paradiso. Brindiamo ai nostri perduti 20. Siamo in anticipo sui tempi. Tornati alle Basse decidiamo di allungarci verso cima Panarotta, vero caposaldo Austriaco del trincerone che correva lungo tutta la catena del Lagorai e dalla cima del quale un paio di batterie di cannoni tambureggiavano le prime linee italiane. Il pendio è in controluce e la neve torna soffice. In mezzo ai tralicci della vetta campeggia una croce di guerra in ferro arrugginito “in Gedenken an unsere Tiroler Standschutzen” in ricordo dei nostri Standschutzen, proprio in quel momento per una strana coincidenza un gruppo di ragazzi ci incrocia e chiede conforto, parlano con un accento affascinante, sono Siculi . . . Standschutzen e Siculi, uniti sotto lo stesso cielo azzurro, “ in Gedenken allen Jungen “ in ricordo di tutti i ragazzi. In auto decidiamo di spiluccare gran parte della valle dei Mòcheni e ci allunghiamo nel cuore tedesco dell’enclave per poi ridiscendere dal passo di Redebus verso l’autostrada del Brennero. Il sole incanta l’asfalto dei tornanti, noi pensiamo già alla prossima uscita, forse i Laghi di Erdemolo, forse ghiaccio, mentre uno scampolo di primavera fa le scarpe all’inverno . . . ” negli anni della maturità pochi uomini sanno, in fondo, come son giunti a se stessi, ai propri piaceri, alla propria concezione del mondo, alla propria moglie, al proprio carattere e mestiere e loro conseguenze, ma sentono di non poter più cambiare di molto. Si potrebbe sostenere persino, che sono stati ingannati; infatti è impossibile scoprire una ragione sufficiente per cui tutto sia andato proprio così come è andato; avrebbe anche potuto andare diversamente; essi hanno influito pochissimo sugli avvenimenti, che per lo più sono dipesi da circostanze svariate, dall’umore, dalla vita, dalla morte di tutt’altri individui; e solo in quel dato momento si sono abbattuti su di loro. Quand’erano giovani la vita si stendeva loro dinanzi come un mattino senza fine, colmo di possibilità e di nulla, e già al meriggio ecco giungere all’improvviso qualcosa che pretende di essere ormai la loro vita . . . e non hanno più che un ricordo confuso della giovinezza, quando c’era in loro qualcosa come una forza opposta . . .” (Robert Musil). Mario e Stefano

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