sussurri e grida, di neve perduta

Corna Blacca da Ono Degno

E così, proprio quando credevo che la musica indiana fosse la più pallosa del mondo, sommerso da cumuli di cd piratati che non ascolterò mai più e libri che probabilmente non leggerà nessuno, il canale musicale della BBC trasmette una nenia intrisa di Gange e ceneri sparse nel vento demolendo in un sol colpo l’ultimo mio grande pregiudizio musicale. Finalmente libero. E’ la fine di Dicembre e per il terzo anno consecutivo il sole brucia i pascoli indifesi e se ne sta appollaiato all’orizzonte, palla solitaria di fuoco che non porta alcun rispetto alle stagioni della terra. Percorriamo la statale della Valle Sabbia fino a Vestone dove imbocchiamo la deviazione per le Pertiche e poi Ono Degno nei cui pressi sorge il rifugio Amici Miei. Ci incamminiamo sulla sterrata che prosegue oltre. Irrilevanza. Secondo Giovanni viviamo nell’era dell’irrilevanza, dove le intenzioni battono i numeri due a zero. Non voglio neppure immaginare quel giorno in cui chi mi sta accanto mi consideri irrilevante, avrò sempre qualche maledetta emozione da trasmettere, nel bene o nel male. Come dare torto a Giovanni. Hic et nunc, tutto e il contrario di tutto. Noi non diamo alcun peso ai passerotti virtuali che cinguettano a vanvera, alla pletora di esternazioni, alle barricate di pregiudizi urlati in bella vista. Noi crediamo ancora nella concretezza di un sano silenzio e nella forza educativa della fatica e del sudore. All’irrilevanza di un post qualunque in un giorno qualunque destinato, al più, a durare meno di un peto, opponiamo la nostra stanchezza sincera che ci regala un ricordo destinato a durare in eterno. La strada sale fino allo sconosciuto Passo Croce e poi in località Selva. Si parla di riforma costituzionale, di manipolazione delle masse, della parete Nord dell’Eiger, di quanto possa costare caro, nella superba convinzione di arrivare a tutti i costi in cima, sfilare la corda dall’unico ancoraggio che permette di tornare indietro. Dalla Selva ci infiliamo su sentiero bellissimo tralasciando la strada sterrata che scende a Presegno. Incrociamo una sorgente che non vuole morire dal nome dialettale impronunciabile e arriviamo nei pressi della Casina di Paio. Nell’assoluto assolato silenzio sulla facciata dello stabile campeggia una lapide in pietra scura, ci ricorda un passato drammatico neppure tanto lontano; in memoria di Amerigo Bagozzi, anni 20, approfondisco . . . “Verso la fine di Agosto 1944 iniziava un rastrellamento Tedesco nella Valle Sabbia – Valle Trompia. Una delle colonne Tedesche passando da Forno Ono e Piazzole di Presegno si portava in località Paio Alto dove sorprendeva il gruppo di Franco. (Tita Secchi). A tradimento piazzava le armi automatiche pesanti ed apriva il fuoco . . . il partigiano Bagozzi da me personalmente conosciuto, ragazzo molto sveglio,coraggioso, disciplinatissimo, pieno di entusiasmo si trovava nella casina ferito ad una gamba. Si suppone che le raffiche tedesche lo abbiano raggiunto mentre riposava . . . il giorno dopo mi recavo personalmente con tre compagni sul posto e trovavo il Bagozzi Amerigo morto davanti alla porta della casina di Paio di Sopra . . . Gli rendemmo gli onori e lo trasportammo nel bosco sottostante al coperto di una roccia ricoprendolo con rami di mugo e pietre. Due o tre giorni dopo . . . traportavano il nostro “Rigo” in Presegno . . . la sua salma veniva posta nel Cimitero di Presegno dove tuttora si trova. Favorisca questo comitato informare nella maniera che creda più opportuna la famiglia affinchè sappia della fine gloriosa di suo figlio e del luogo dove si trova sepolto. Il comandante della brigata G.Perlasca F/to Ennio Doregatti.” Che infinita tristezza. Ci rimettiamo in cammino in un tratto di sentiero pianeggiante e poi, in corrispondenza di un ripidissimo scivolo erboso, saliamo imperterriti veramente fuori dall’ordinario. I colori sono ormai quelli del deserto, i ciuffi d’erba sembrano capelli biondi lisciati dal vento, ci muoviamo a braccia aperte come funamboli che non voglio cadere di sotto.Sono tempi duri per i troppo buoni e i buoni non conoscono empietà. Sono al più capaci di indirizzare su loro stessi l’onda d’urto di una spinta di cattiveria istintiva. I buoni sono l’argine di un fiume in piena, sono le radici di un albero su un ripido costone, il riparo inatteso che incontri in un temporale estivo. Che succede se i buoni s’incazzano ? Nulla. Andranno alla ricerca di sentieri desueti in cui le pennellate multicolore saranno un antico miraggio e l’intuito del singolo conterà più di una suola Vibram. Meno tracce segnalate, più tracce sconosciute. Gli ultimi 300 metri per la direttissima (EE). Non c’è respiro per parlare. Negli zaini tutta la nostra storia mescolata con banane, teiere improbabili e cioccolata. Quota 2000, Corna Blacca, coffee break …

sussurri e grida
di neve perduta
ti saluto anno chiassoso
vissuto nel frastuono
di schiaffi tirati alla rinfusa
nel delirio di una mediocre onnipresenza
addio anno indifferente
che al dolore hai opposto rumore
io non dimenticherò nessuno e brinderò a quel senso di eternità che sempre mi trafigge il cuore . . .

Giovanni si è appisolato su una pietra, come il più duro degli alpinisti, Stefano sta seduto in controluce a sognare la prossima uscita e io mi godo lo spettacolo. Quel che è certo è che non camperò in eterno e, per quanto mi riguarda, nemmeno lo desidero. Mi sento pulviscolo cosmico in sospensione, toh guarda, due particelle come me, che meraviglia non essere soli. La discesa percorre l’interminabile cresta verso Ovest fino al passo di Pezzeda mattina. Sono i nostri monti ventosi, dove è fischiato il vento, dove ha urlato la bufera, le nostre piccole Dolomiti Bresciane. Stefano ci racconta che il casco in montagna è comparso solamente nel tardo dopoguerra, Giovanni non si capacita, persino gli Opliti ne erano dotati. Le scuole di roccia insegnavano agli allievi che il casco toglieva la sensibilità al capo e impediva di percepire le asperità sopra la via. Spalto celtico, località Frondine. C’è qualcuno ? Siamo terrorizzati all’idea di sfilare la deviazione che ci dovrebbe permettere di tornare al rifugio Amici Miei senza perdere quota. Sono ormai 20 i chilometri percorsi e la strada Agro Silvo Pastorale non segnata sulla cartina è tanto inattesa quanto brutta e ci massacra i piedi, ma quale agrosilvopastoralità Virgiliana ! 24 kms e circa 1300 metri di this-livello. Stefano si è superato portandoci in punta di piedi dentro la nostra storia. Beati noi che possiamo attingere alla sua inesauribile fonte di ispirazione.
Cari scrittori dormienti e musicisti del tempo libero, surfisti mancati e dentisti pentiti, cari viaggiatori nel tempo e lanciatori di sassi a pelo d’acqua, non dimenticatevi mai, dico mai, di sudare.
(Tutte le foto)
Il persorso tracciato dal GPS in formato KMZ per Google Earth