October Crest

October Crest – Pegherolo

Non abbiamo pace, non ci basta una sola vita, non siamo mai stanchi di respirare a pieni polmoni. I figli ci prendono ancora per i fondelli perché per anni li abbiamo costretti a seguirci nelle nostre scorribande all’ aria aperta. C’era sempre il momento in cui un papà sentenziava in tono che non ammetteva contraddittorio; “sentite che aria fresca e leggera, respirate a pieni polmoni, fate scorta per quando torneremo giù in città”. Che palle ! Che noia ! Io però ancora ci credo, e quando mi sento leggero, più vicino alle nuvole che alla terra, consapevolmente e felicemente perduto, sono nell’ anticamera del Paradiso e respiro profondamente, fino a saziare i polmoni a cui non pare vero di ricevere una boccata d’ossigeno distillato, poi me ne torno felice giù in città e mi immergo in quella  adorabile cappa di smog certo che le nostre prediche non andranno perdute. Detto questo parliamo della cresta del Pegherolo, la nostra October Crest, tripudio di  birra e di roccia, sudore e tremore , ansia e pelle d’oca, la stessa pelle che si utilizza per fare scialpinismo nelle annate con poca neve.  Non ci vediamo da Maggio, quando salimmo il bellissimo canale del Mengol alla Bagozza. Mille intrecci hanno impedito che in quattro mesi si riuscisse a ritagliare il tempo per una misera uscita. Quando alle 7.20 di Sabato vedo Stefano scendere dall’auto con quel suo ghigno soddisfatto nel cuore del mattino, il tempo pare schiacciarsi fino a far sembrare primavera inoltrata il cuore di un miserabile autunno. Un po’ come nell’estate del 1980. Era il primo pomeriggio e il sole picchiava sulle lamiere della 131 SuperMirafiori grigio metallizzata che correva sui tornanti. In lontananza, già ben visibile dal fondo del val Pescara collocato in una posizione di grazia eterna e con lo sguardo rivolto verso il mare lontano, San Valentino in Abruzzo Citeriore. Se ne stava da secoli appollaiato sopra un cocuzzolo disegnato da un bambino e bello fino alle lacrime, spalmato sulle pendici della collina come una glassa che si scioglie in amore. C’è un filo conduttore che ci tiene legati stretti in vita. Lo ricordo come fosse ora, poco prima di arrivare in paese incrociammo i miei amici Carlo e Andrea che camminavano in senso opposto con un anguria nello zaino e riconobbero la vecchia targa BS sulla strada deserta. Fecero cenno di fermarci. Io scesi ancora stordito dal viaggio lungo 600 kms, salutai mamma e papà che tornavano nel luogo natio e me ne andai con loro. Non li vedevo e sentivo da 12 mesi e mi accolsero come se ci fossimo salutati il giorno prima, come fosse la più naturale delle azioni, ce ne andammo giù verso le gole del fiume Orta a dimostrare ancora una volta il nostro selvaggio amore. Per me quello era il segnale di ritorno alle origini, il monolite sospeso a mezz’aria da decifrare, la nostra odissea nello spazio. Lo stesso monolite che rivedo nel sorriso di Ste e in quello di Roberto in queste mattinate strappate all’esistenza. Nella bella conca di San Simone in provincia di Bergamo risalta una vasca di servizio di colore verde plasticato, probabile bacino di raccolta   per l’alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale, è grande come un piccolo laghetto oppure è piccolo come un grande lago  e completamente a secco; si alza il  grido di disperazione che nostra madre terra urla da anni a una platea di sordi. Oggi nello zaino trasportiamo casco, imbrago e kit da ferrata, non si sa mai. Imbocchiamo il sentiero n. 115 che porta al passo di San Simone e sfiliamo poco dopo sotto la stupefacente conformazione denominata Canne d’organo, veloci sotto il sole e in religioso silenzio per rispetto allo strumento degno della più bella delle cattedrali. Qualcosa di  selvatico si affaccia  all’ orizzonte e bisbiglia nelle nostre orecchie di sfigati di città che accetta la sfida.  Oggi indosso una maglietta color giallo senape che pare uscita da un hamburger, mi sento abbastanza imbarazzato ma nelle gambe ho la propulsione del carburante meno caro al mondo, il sangue, il pieno non costa nulla e quel che è meglio non necessita di alcun autogrill del piffero. Saliamo fino alla Corna dell’Erba e poi sul calcare fatto a pezzi dal sole e metro dopo metro la traccia si assottiglia e ci porta fino al pizzo Cavallino anteprima di un vero e proprio spartiacque. Non possiamo scegliere da che parte stare, non siamo più liberi, possiamo solo percorrere il filo di cresta e tutta la nostra vita in fuga dall’omologazione si fa insignificante, sul filo di cresta ci conformiamo uno all’altro per pura e semplice necessità e diventiamo complici per sempre, resiste solo il calcare e il sangue che pompa come un mantice e il cervello che instancabilmente coordina. Arrivano le prime catene invecchiate negli anni, sporadiche e collocate solo dove necessita lasciando quasi intatto lo spettacolo di questa natura. Saporitissimo il breve traverso a mezza costa con qualche buchetta scavata dagli ominidi che suonavano le canne d’organo, il corpo tende inconsciamente a raccogliersi e assume una postura naturalmente plastica che grazie all’occhio clinico di Ste rimarrà fissata per sempre su una server farm. Altri stanno battendo la traccia. La salita non molla mai di tensione, l’ambiente si fa sentire, qualche pennellata e altre catenelle danno conforto ai felici disgraziati. Sospesi nel cielo fino alla vetta. Mi tolgo la maglietta senapata e la stendo al sole sotto la superba ed essenziale croce di metallo, Roberto immortala questo momento molto punk, diamo fondo alle scarne riserve di cibo e siamo pronti per il ritorno. Ovviamente la tensione dell’andata si replica identica sulla strada del ritorno ma  noi abbiamo ancora il nostro asso da giocare nello zaino, si sa mai,  il mitico spezzone di corda. Chissà perché quando percorri a ritroso la via di salita la trovi infinitamente più lunga, un altro di quei misteri simili alla legge di Murphy. Arriviamo alla Baita del Camoscio dove ci concediamo un momento di contemplazione e profonda riflessione alleviata da  una serie di birrette ghiacciate. Non è il denaro che ci da gioia, non è il potere che ci rende felici.  Mario